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di Silvia D'Oria

 

Non esiste esperienza diretta del mondo. Il mondo nasce non vissuto ma raccontato. Rappresentato. Se questo è vero, la nostra conoscenza delle cose è fatta dalla loro rappresentazione.

Commentando il nuovo film di Gianni Amelio sugli ultimi giorni di Bettino Craxi un mio amico ebbe a dire “le donne nel cinema italiano sono tutte uguali: stupide, cornute o puttane. Che noia!”. Avrei voluto rispondere domandando chi fosse lo sceneggiatore di Hammamet come della maggior parte della produzione cinematografica italiana, mondiale.

Il mondo nasce raccontato, sì, come descrizione di un’immagine in uno specchio. Se in quello specchio non vedo la mia immagine, dove sono io? Esisto davvero? E se io esisto, respiro, vivo ma non in quello specchio allora dov’è l’inganno? Quando una ragazza scopre il piacere verso un’altra ragazza cerca istintivamente rappresentazioni di quell’amore, le cerca nei film o nei libri. E scopre che quasi tutte le storie d’amore fra due ragazze non sono storie ma lesbodrammi, praticamente se ami una ragazza la cosa migliore che può accaderti è che vi lasciate fra immensi lacrimoni (sempre se una delle due non decide di buttarsi di sotto perché lì va calcolata anche la spesa delle pompe funebri). E via di toppe sentimentali. Quando una ragazza nera scopre il cinema inevitabilmente si cerca nei film e scopre che lì le donne nere sono tutte prostitute o stronze. E via di pare mentali perché pensa: io non sono così e allora perché mi rappresentano solo così? Lo stesso vale per le ragazze musulmane, quando ci sono: bacchettone, bugiarde, sottomesse, terroriste, vendute.

È un gioco falsato, fatto di specchi finti che ritraggono una realtà di plastica, specchi che riflettono immagini irreali. Ma quelle immagini condizionano il nostro modo di guardare il mondo. Se non siamo in quegli specchi allora abbiamo l’impressione di dover essere come quelle immagini finte che vediamo o di non esistere affatto. Perché la misura della democrazia è fatta da quelli che stanno fuori. Quelli che credono di non esistere, di non meritare di esistere. Sono loro, gli insultati, i disdegnati, i dimenticati a ricordarci la misura della nostra dignità, direttamente proporzionale a quella che togliamo loro fingendo che non esistano. Fantasmi fatti di carne che si fanno mostri più passa il tempo in cui non li facciamo specchiare.

Cosa c’entra tutto questo con il 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne? Tutto. Perché le donne al cinema spesso – non sempre – sono oggetti piatti, noiosi, finti. Ce ne fosse una sola rappresentata mentre va dall’estetista a togliersi i peli che, abbiate pazienza, abbiamo tutte noi. Perché Rocky Balboa soffre sì sul ring, ma pure depilarsi non scherza mica. E perché è così? Perché nel mondo dello spettacolo, del cinema, della cultura, dell’intrattenimento, dove sono le donne (fatta eccezione per alcuni casi di una rara brillantezza), dov’è che abbiamo perso le sceneggiatrici, le scenografe, le registe? Credete davvero che questa non sia violenza, ricevere ad esempio una stipendio più basso mentre oltre a scrivere e girare si allatta un bambino, con una mano indesiderata sul culo. E su, non farla troppo pesante, sorridi che sei più carina!

Immaginate un ragazzo che non fa altro che vedere al cinema la biondina lasciva che ammicca, anche stupida magari. Perso nel mondo immaginifico che i film gli hanno insegnato a credere vero guarderà tutte le bionde come lascive, ammiccanti, stupide. Pensate che questo non abbia conseguenze sulla vita di questo ragazzo e sulle ragazze e donne che incontrerà in tutta la sua vita?

Cari uomini tutti, cari maschi la cui fortuna è costruita su una casualità cromosomica, quando la smetterete di tenerci fuori, di giocare ad un gioco falsato le cui regole partecipative riflettono un mondo di plastica? Perché per conseguire lo stesso risultato – e spesso neppure quello – noi donne tutte, noi femmine la cui sfortuna è fatta da una casualità cromosomica dobbiamo lavorare il doppio, spesso rinunciare al triplo e sopportare il quadruplo.

Non siete stanchi di pensare al mondo dell’arte, della cultura, della scienza, dello spettacolo come ad un mondo in cui solo l’intelligenza maschile esiste? Ci tenete fuori dal cinema, costruite personaggi insulsi, sempre uguali e finti forse perché sapete già che quella casualità cromosomica non è un merito. Ci attaccate – con eccezioni che sono tremendamente poco numerose nel mondo degli uomini – sul fisico, sulla bellezza, sulla giovinezza o mancanza di cura nella vecchiaia perché non avete gli argomenti per dire che spesso le sceneggiatrici, le registe, le costumiste stanno fuori non perché non siano eccezionali ma perché femmine, donne.

In occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne ne approfittiamo per domandarvi: non siete stanchi di simulare questo violento gioco degli specchi?

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