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di Pompeo Borlone

 

Come GD Milano abbiamo portato avanti un progetto sull’immigrazione che si è concluso con la pubblicazione di un video che delineava lo sviluppo delle rotte migratorie che da Medio Oriente e Africa portano in Europa. Dopo i fatti e le notizie che ci giungono in questi ultimi tempi, ci è sembrato doveroso ricominciare a parlarne.

 

Contesto

Si comincia a parlare di rotta balcanica a partire dal 2015, quando a seguito dello scoppio della seconda fase della crisi siriana, il flusso migratorio aumenta. L’allora presidente della Commissione Europea, Jean Claude Juncker, convocò a Bruxelles i leader di undici Paesi – Albania, Austria, Bulgaria, Croazia, Macedonia del Nord, Germania, Grecia, Ungheria, Romania, Serbia e Slovenia – per discutere la gestione congiunta della rotta migratoria dei Balcani occidentali, il rafforzamento dei controlli alle frontiere, la creazione di un sistema “hotspot” coordinato tra i diversi Paesi. Si crea un corridoio dove sorgono campi profughi di transito e centri di distribuzione di viveri e di vestiario. Già nel novembre del 2015, però, il passaggio tra le frontiere diviene sempre più difficoltoso: la Macedonia del Nord, analogamente a quanto fatto dalla Serbia, ha deciso chiudere le proprie frontiere meridionali, pattugliandole con le forze militari, con l’obiettivo di impedire ai migranti l’ingresso di massa nel paese e limitando gli ingressi a poche centinaia di persone solamente di nazionalità siriana. È a partire da questo momento che a ridosso del confine macedone viene a crearsi il campo profughi greco di Idomeni, il quale già nell’anno successivo accoglie un numero di migranti pari a dieci volte la sua capienza massima.
Il 24 maggio 2016, viene dato ordine di sgomberare il campo.

 

La nuova rotta

Con la chiusura delle frontiere in Macedonia del Nord, Serbia e Ungheria, la rotta balcanica stabilita nel 2015 viene di fatto a scomparire, dando vita a una nuova rotta passante per Albania, Montenegro e Bosnia ed Erzegovina. Da questo punto in poi la situazione si fa più drammatica: i migranti che vogliono giungere nei paesi del Nord Europa per ricongiungersi alle loro famiglie o semplicemente per rifarsi una vita lì dove le opportunità sono maggiori, devono passare per la Croazia, dove morti, violenze, respingimenti illegali e in violazione dei diritti umani avvengono all’ordine del giorno.

 

Crisi migratoria e COVID-19

Con lo scoppiare della crisi epidemiologica creata dal COVID-19 la situazione sulla rotta balcanica si è fatta solo più grave: con la scusa del virus, le frontiere sono state chiuse e i respingimenti si sono fatti più frequenti, sin a partire dalla Grecia dove i controlli con i confini turchi sono aumentati e ai migranti è stato negato l’accesso con il pretesto di difendere la popolazione ellenica da potenziali vettori di contagio. Altri Paesi della rotta hanno assunto misure simili.

L’aumento del flusso della rotta nell’ultimo anno viene segnalato già nella prima fase pandemica, si tratta del primo momento in cui arrivano le denunce rispetto ai campi che si creano ai confini bosniaci, alle pessime condizione igieniche e all’assenza di misure che limitino il contagio – un esempio è quanto ci racconta Luca Misculin in un’intervista sulla balkan route fatta a Maggio 2020 rispetto al numero esiguo di mascherine consegnate.

 

Con l’opinione pubblica concentrata sul diffondersi dell’epidemia, provvedimenti sempre più drastici nei confronti dei migranti sono passati inosservati, spesso anche avallati da una fetta della popolazione per paura del virus. Serbia e Croazia, con la proclamazione dello stato d’emergenza, dispiegano l’esercito a controllo di ospedali, frontiere e centri di controllo dei richiedenti asilo, vietando, inoltre, a quest’ultimi di uscire. Sempre in Serbia, l’8 marzo scorso, vengono autorizzate delle manifestazioni organizzate dall’ultradestra serba contro la presenza e l’accoglienza di migranti. Anche i confini tra Italia e Slovenia vengono chiusi per volontà del governo di Lubiana, il quale ha disposto misure più drastiche per il respingimento di irregolari provenienti dalla Croazia. Difatti, tra il primo gennaio e il 15 novembre 2020 il nostro Paese ha infatti “riammesso” in Slovenia 1.240 persone, a loro volta respinte a catena fin verso il territorio bosniaco. Si tratta di numeri impressionanti, specie se confrontati con quanto accaduto nello stesso periodo del 2019, quando furono “solo” 237 (significa più 423%).

 

Gli ultimi sviluppi

Anche in Bosnia ed Erzegovina è stata data particolare importanza alla questione migratoria, con la conseguente apertura di una nuova tendopoli nella città di confine di Lipa, dove sono state coattivamente trasportate persone dalle aree informali fuori dai campi gestiti dall’OIM, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni. Il 23 dicembre scorso, proprio il campo di Lipa, nello stesso giorno in cui ne era stata annunciata la chiusura dall’OIM, è stato vittima di un poderoso incendio che risparmiato solo la struttura metallica dei tendoni che ormai non forniscono alcun riparo. Ma nonostante questo i migranti non sono stati trasferiti in altre strutture, costringendo migliaia di profughi a combattere contro il clima impervio di queste giornate invernali, caratterizzate da neve, vento e temperature spesso sotto lo zero, solo con l’ausilio di coperte e sciarpe.  Secondo l’OIM, l’8 gennaio circa settecento persone sono state sistemate in alcune tende riscaldate allestite in pochi giorni dall’esercito vicino al vecchio campo, mentre più di 350 persone sono state costrette a rimanere in ripari di fortuna dentro Lipa oppure in baracche di legno sparse nel bosco. A quelli appena elencati si aggiungono altre 2.500 persone che nel cantone di Una Sana vivono al di fuori del sistema di accoglienza, in palazzi abbandonati e in baraccopoli nella foresta.

 

https://www.facebook.com/watch/?v=1010036489492258

 

È una situazione tragica, di fronte alla quale istituzioni europee e nazionali devono avere l’imperativo morale e legale di intervenire, consapevoli che la Bosnia ed Erzegovina è messa davanti a una crisi umanitaria che non ha i mezzi per affrontare.

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