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di Giulio Trussoni

Ogni 17 marzo si festeggia l’anniversario dell’Unità d’Italia. O almeno si dovrebbe. Gli italiani sono affezionati a molte ricorrenze, ma la data in cui si ricorda la proclamazione del Regno d’Italia non è tra queste. Sicuramente la lontananza temporale da questi eventi e dal Risorgimento in generale gioca un ruolo importante, come pure lo scarso interesse dimostrato dalle istituzioni statali nell’educazione civica delle giovani generazioni anche attraverso la celebrazione di questi anniversari. Impossibile poi non vedere in questo disinteresse un sintomo del tormentato rapporto tra gli italiani e la propria identità nazionale. Parliamo di un rapporto che storicamente non è mai stato troppo curato nell’interesse comune, anzi spesso è stato strumentalizzato biecamente per interessi di volta in volta opposti. Un rapporto reso complicato dalle vicissitudini (anche “insabbiate”) dell’Italia post-unitaria e inquinato dalle “lenti ideologiche” con cui spesso si guarda al Risorgimento, per idealizzarlo oltremodo o per sminuirlo con disprezzo. Ma tutto questo non sarebbe cruciale oggi, se non fosse che la questione dell’identità della Nazione italiana, aperta più di un secolo e mezzo fa e mai risolta, pesa come un macigno sulla nostra società contemporanea dilaniata da divisioni politiche ed incapace di dare una risposta collettiva unitaria alle domande: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo?

Al di là dell’indubbia rilevanza storica, al di là delle solite strumentalizzazioni e/o derisioni che il 17 marzo subisce, sono due gli aspetti che meritano una riflessione.

Rispetto ad altri paesi, noi non festeggiamo la “Festa dell’Indipendenza” ma “l’Unità”. Non è un dettaglio, anzi. Forse il motivo lo illustra al meglio Goffredo Mameli quando quasi quindici anni prima della nascita della Nazione italiana scriveva la seconda strofa del nostro Inno:

«Noi siamo da secoli calpesti, derisi
perché non siam Popolo,
perché siam divisi:
raccolgaci un’unica
bandiera, una speme:
di fonderci insieme
già l’ora suonò.».

Il significato è chiaro: non ci siamo battuti solo per un desiderio di indipendenza politica ma nella speranza che dopo secoli di divisioni ci si potesse “fondere insieme” in un’unione di destini e nella comunanza di principi e di intenti.

Ed è qui che si collega il secondo aspetto. La fede in un’Italia unita doveva essere tanto forte da spingere migliaia di uomini e donne, giovani e anziani, provenienti da diverse classi sociali, con differenti opinioni politiche, in diversi periodi storici, a collaborare, a lottare e addirittura in molti casi a “dare l’ultima piena misura di devozione” per quella causa. L’Indipendenza e la Libertà non sono state regalate né sono cadute dal cielo miracolosamente, ma sono state conquistate giorno dopo giorno, anno dopo anno dalle coste della Crimea alle colline di Solferino, dalla spiaggia di Marsala alle acque di Lissa, dalle mura di Roma all’altopiano del Carso passando per le piazze e le strade di tutta la penisola. Si fa fatica a pensare all’immenso sacrificio umano richiesto senza chiedersi se ne valesse la pena. Valeva tutte quelle vite spezzate, tutte quelle famiglie lacerate, tutto il dolore arrecato questo ideale di Italia unita?

Si tratta di una domanda retorica dal momento che questi uomini e donne hanno trovato in loro stessi il coraggio e la spinta ideale per prendere questa decisione. Tanto forte doveva essere il loro Credo, tanto da rinfrancarli nelle ore più disperate, tanto da lanciare il loro cuore oltre l’ostacolo senza certezza di riuscita o di sopravvivenza. E noi? Su di noi grava la responsabilità, non solo del ricordo, ma soprattutto di continuare a batterci per quella causa, di continuare a portare avanti quell’ “unica bandiera, una speme” che da 160 anni continua ad indicarci la via.

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