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di Giuseppe Pepe e Jacopo Marchesi

<<Reggio Emilia, 1° maggio, indossano un passamontagna, si chiamano P38, non aggiungo altro, guardate il servizio >>

Da settimane si susseguono sui media polemiche nei confronti della P38, gruppo trap che prende il nome dalla pistola usata in diversi fatti di cronaca durante gli anni di piombo.

Le critiche sono nate intorno all’album che li ha portati alla ribalta “della scena”, Nuove BR, in cui, con testi crudi ed espliciti, il gruppo cita fatti storici tra i quali il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro e si rifà più in generale a tutto l’immaginario brigatista e di violenza politica di quegli anni, in alcuni casi trasponendolo nel presente.

Da quel momento è iniziato un vortice repressivo nei loro confronti: perquisizioni, indagini, identificazioni ma soprattutto, come da loro stessi affermato, una serie di intimidazioni verso quelli che sarebbero dovuti essere gli organizzatori dei loro concerti, che venivano “gentilmente” invitati a desistere.

Uno dei casi più gravi è stato quello di Marco Vicini, presidente del circolo Arci che ha organizzato il loro concerto da cui è partito tutto: accusato, insieme a loro, di istigazione a delinquere, ha subito pressioni per le quali ha dovuto fare un passo indietro dalla direzione del circolo che è stato sottoposto a chiusura amministrativa fino al suo allontanamento. Tutto ciò senza alcuna richiesta ufficiale da parte dell’Arci provinciale di dimissioni.   

Negli ultimissimi giorni il gruppo ha subito l’ennesima perquisizione e gli sono stati imputati i reati di istigazione a delinquere e apologia di reato, con le aggravanti di terrorismo; a seguito di ciò il gruppo ha sospeso a tempo indeterminato le proprie attività per concentrarsi nel processo, dove inoltre il comune di Reggio Emilia si è costituito come parte civile.

Chi legge potrebbe chiedersi il perché di tanto astio nei confronti di un gruppo musicale.

La musica, come qualsiasi altra forma d’arte, è da sempre un mezzo per trasmettere concetti e idee di mondo. Diversi brani nella storia hanno incarnato movimenti di protesta o si sono fatti messaggeri di valori, idee, desideri in linea o in contrasto con il pensiero comune. Questo uso che si fa dell’arte, la rielaborazione e la lettura di un prodotto artistico in epoche differenti, permette di generare un progressivo accrescimento e arricchimento di significato, foriero di ulteriori successivi. Il caso più classico è quando un pezzo musicale, inserito nella colonna sonora di un film, acquista un significato aggiuntivo coerente con il fim, entrando nell’immaginario di massa con una portata simbolica variata rispetto alle intenzioni dell’autore. Allo stesso modo un regista può decidere di usare un brano con l’obiettivo di far immedesimare lo spettatore al periodo o alle vicende messe in scena. Il gioco di rimandi e creazione di immaginari passati e nuovi non è necessariamente legato a una funzione didascalica, ma può avere anche come fine una riproposizione di un sentimento, di uno stato dell’essere (piacere, malessere etc.). La P38 lavorano proprio su questo.

Il gruppo recupera, infatti,  l’immaginario degli anni di piombo per parlare di disagio, di sofferenza, di un sistema in cui tutti ci stiamo abituando a vivere senza riuscire a trovare uno slancio oltre.
I temi toccati sono i più disparati:  le carceri (Fuoco alle carceri / Liberi tutti; Sogno i commissariati chiusi, i carceri aperti), la violenza della polizia (Nel mentre lo sbirro mi indaga / Nel mentre picchia una puttana; Sì, nel verbale cade dalle scale; Dottorato in odio per la polizia / lo sbirro fa scuola, ma la scuola è la Diaz), la precarietà e povertà giovanile (Ho un amico che non ha mai visto il mare / Per un po’ di pane brucia la condizionale) ed è proprio su di loro che si sviluppano i temi più ricorrenti.

Infatti il disagio giovanile, la paura per un futuro che ci è stato tolto ancora prima che nascessimo (Ho paura del futuro non delle guardie), incoraggiano ad una reazione, ad una presa di coscienza sempre più necessaria in questa società tardo capitalistica (Prenditi tutto ciò che ti hanno preso).

Alla luce dei capi di imputazione, fa riflettere il fatto che siano sotto torchio quattro ragazzi che citano un immaginario di violenza, senza peraltro mai incitare a esercitarla, quando quest’ultima è un tratto fondante del genere rap e trap.

Rapine, spaccio, omicidi, pestaggi o violenze nei confronti delle forze dell’ordine sono elementi distintivi di questi generi musicali e nel nostro Paese i rimandi alla criminalità organizzata a livello audiovisivo sono molteplici e in alcuni casi mitizzati.  Tutti questi riferimenti ad azioni criminose e a ferite ancora aperte della storia dell’Italia non vengono puniti. Quelli della P38 sì.

Perché dire “sparo ad uno sbirro durante una rapina” non fa scalpore, mentre dire “sparo ad un sbirro durante un sequestro” porta a delle indagini?

Una risposta potrebbe essere perché la P38 si pone in contrasto alla società. La scena rap, nonostante spesso dipinga scenari di crimine e violenza, delinea realtà interne a un sistema, incita al consumo, a compiere quei crimini per guadagnare e migliorare senza cambiare lo stato delle cose.

La P38 invece invitano a immaginare un’alternativa, un mondo diverso (another world is possible si diceva qualche anno fa in quel di Genova), dei rapporti sociali differenti senza preoccuparsi di fare macerie. Anzi l’obiettivo è proprio quello di ricostruire con quelle stesse macerie una nuova società e questo probabilmente, oltre a riportare in vita un periodo non risolto del nostro Paese, irrigidisce l’atteggiamento delle istituzioni con il rischio di esercitare in modo erroneo le proprie funzioni. 

Fatti come questi non sono nuovi. In molti si ricorderanno delle critiche piovute sugli organizzatori del festival di Sanremo 2020 per la partecipazione di Junior Cally, accusato di istigazione alla violenza e al femminicidio per il brano Strega del 2017. Intorno a questo fatto e ad altri, in molti si sono interrogati sulla libertà dell’artista di potersi esprimere con le parole e le figure che riteneva più opportune. Parole che non necessariamente potevano incontrare il benestare dei commentatori, dei critici e del pubblico.

Difatti ci troviamo in un caso di questo genere. Nomi, martiri e terroristi, appartenenti a un periodo forse troppo vicino e per questo non ancora passato e affrontato, vengono riproposti in funzione di un prodotto artistico-musicale. 

Ci chiediamo quindi quale possa essere intorno a questi casi l’atteggiamento e quali le ripercussioni. In questi anni, come in realtà durante tutta la storia moderna, a più riprese i prodotti artistici più radicali sono stati tacciati di immoralità. Sia per ragioni formali, sia per ragioni di contenuto la loro capacità di degradare la società ha sempre portato a delle richieste di censura, alla costruzione di limiti da non oltrepassare. Questo potrebbe essere il primo degli atteggiamenti da sostenere. 

Tuttavia chiediamo al lettore quale sia il soggetto che dovrebbe “disegnare” questi limiti e su quale base ideologica-culturale si dovrebbe impostare questa azione. Se il soggetto è facilmente identificabile nello Stato, con tutte le criticità che questo già comporterebbe, è davvero difficile visualizzare con oggettività cosa sia conveniente e cosa risulti sconveniente e su quali basi decidere ciò. 

Quella che potrebbe essere vista come una nobile azione atta a non turbare la società, potrebbe risultare, come lo è stato in passato, solo un’operazione in linea con una sensibilità soggettiva innalzata al servizio nazionale e imposta ai più, ovvero in una parola: censura. 

Inutile aggiungere che questo non sarebbe al servizio di nessuno e minerebbe quella capacità rizomatica propria dell’arte di disvelare ogni volta un nuovo mondo alla coscienza, come scriveva Gadamer in Verità e metodo

Un altro atteggiamento da considerare è quello di lasciare all’artista piena libertà e possibilità di espressione. Ciò non limiterebbe critici, appassionati, testate giornalistiche e opinionisti dal criticare, anche ferocemente, opere d’arte e brani ma eviterebbe allo Stato o, peggio, a qualunque privato di limitare aprioristicamente qualunque cosa possa invece generare confronto e dibattito. Consideriamo inoltre che questi modi di comportarsi intorno agli artisti si muovono in un mondo dove la finanziarizzazione dell’arte spoglia le premesse di libertà ambiziosamente rivendicate dalla contemporaneità digitale e partecipativa sino a trasformarle nel loro contrario. Così ricerche di mercato e big data incidono nella produzione artistica standardizzandola e socialnetowork e trend topics limitano fortemente la possibilità di condivisione di un prodotto genuinamente estraneo ai più. Pietro Montani si riferiva a questo fenomeno con il concetto di Bioestetica.  

Questo stato delle cose crea una inevitabile censura indotta alla quale il primo atteggiamento “moralizzante” si sommerebbe simbioticamente, sopprimendo qualsiasi libertà creativa e criticamente disvelatrice nei confronti della nostra società.

Si spera quindi di concordare che l’atteggiamento preferibile da tenersi sia il secondo dove non lo Stato, in tutte le sue istituzioni, ma la società giudichi liberamente un libero prodotto artistico pienamente possibilitato a circolare. 

La P38 non incita dunque a delinquere e non è un gruppo eversivo e terroristico; è un gruppo musicale. Non fa rapine, non uccide, non fa neanche attività politica ma fa musica attingendo da un immaginario preciso e oscuro, non meno di tanti altri prodotti audiovisivi che si rifanno a criminalità organizzata o simili.
L’immaginario sfruttato fa parte di uno dei tanti momenti passati non risolti del nostro Paese e i temi toccati sono sicuramente scomodi a un sistema post ideologico, non più abituato a mettersi in discussione, e scomodamente vengono riproposti all’interno dei brani.

I nomi e gli episodi citati sono una ferita aperta per l’Italia, capace ancora oggi di smuovere i sentimenti delle persone e forse questo motivo, quello che ha mosso l’accusa di istigazione a delinquere e apologia di reato, è lo stesso che ha portato il gruppo a sfruttare questo periodo per parlare dei temi a loro cari.
Tutto ciò però non deve portarci nell’errore di condividere l’interruzione dei concerti di questo gruppo. La censura, un atteggiamento moralizzante, un limite alle libertà dell’artista sono le risposte peggiori che si possano dare a un prodotto artistico, qualunque esso sia, perché rende impossibile a priori la critica, la discussione e il confronto intorno a esso.

Per quanto doloroso, per quanto sconveniente possa risultare un prodotto audiovisivo, la libertà artistica e di espressione è pietra miliare di una democrazia viva, capace di mettersi in discussione e di sapere maturare opinioni intorno a temi complessi. Noi non possiamo evitarci questa complessità, dobbiamo coglierla e affrontarla, accogliendo la scomodità come un passaggio necessario per rinforzare il sistema democratico che nella soppressione appassisce.

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