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di Giovanni Soda

Il futuro leader del PD sarà chi riuscirà a resistere alle logiche altrui?

La roboante disfatta elettorale di settembre è stata una vera e propria doccia gelata sopra la -già pessimista- base politica del Partito. Dall’alba immediatamente successiva a quell’infausta domenica, ci siamo scervellati tutti, a vari livelli e in varie forme, in animosi progetti di rifondazione, rinascita, ripartenza e così via.

Nel mare della discordia generalizzata sopra tutte queste questioni, è bene soffermarsi su un’analisi che appare largamente condivisa, trasversale e diffusa: causa della débâcle del Partito Democratico è la sua carenza di leadership. In effetti, chiunque di noi sa che mentre la gran parte degli altri partiti si identifica, sic et simpliciter, con il leader; il PD, per la sua natura plurale che arriva al limite del disomogeneo, non riesce a caratterizzarsi in questa maniera. Insomma, il 25 settembre le persone hanno “votato Meloni” o “votato Calenda” o “votato Conte” ma, di certo, non hanno “votato Letta”!

La leadership è stata spesso accusata, a buon titolo, di una serie di errori strategici imputabili a dei veri e propri difetti caratteriali: si è avuta mollezza quando era necessaria forza, attendismo quando era necessario dinamismo, moderatezza quando serviva radicalità e ottimismo ingenuo quando era necessaria previdenza.

Chiamata alla sbarra degli imputati, la dirigenza è stata giustamente processata e, ora, ci si impegna a discutere del suo futuro, nella prospettiva di un voto aut-aut fra Stefano Bonaccini e Elly Schlein. Tutti noi abbiamo il sentore che questo scontro sia, in fondo, uno scontro d’identità fra l’ala dell’establishment, che chiameremo genericamente “liberale”, e un’ala che incita a un rinnovamento radicale, un’ala tenuta finora in minoranza, che qualificheremo semplicemente come “socialista”.

Inoltre, tutti abbiamo sentito, all’interno di questo dibattito pubblico, il rumore delle campane a morto che, ad avviso di molti, suonano per il Partito, sempre più vicino alla sua dissoluzione.
Nell’immaginario comune si è infiltrata l’idea secondo cui la causa di ciò non è da rintracciare, unicamente, nell’ennesima legnata elettorale ma, soprattutto, in una progressiva polarizzazione delle parti politiche. Secondo la vulgata le distanze ideologiche fra l’ala liberale e quella socialista sono giunte ad un livello di polarizzazione tale da non poter più sopravvivere insieme.

Troppo spesso ci domandiamo se questa tensione sia vera, se le cose stiano realmente così, e fantastichiamo soluzioni mirabolanti per tentate di risolvere l’impasse logico in cui siamo cascati. Quasi mai, però, prendiamo un momento per riflettere sull’origine di questa -presunta- contraddizione insanabile entro l’identità del partito.

È un segreto di Pulcinella che quelle due figure di spicco della politica italiana rispondenti ai nomi di Carlo Calenda e Giuseppe Conte non desiderano altro che l’eutanasia del PD per gettarsi, come avvoltoi, a sbranarne la carcassa per rimpolpare le fila dei loro partiti. D’altronde, sono loro ad aver lavorato, fin da prima delle elezioni, a questa polarizzazione radicale. Conte e Calenda sono separati solo superficialmente da distanze ideologiche, la gran parte del loro operato strategico è convergente, entrambi desiderano la stessa cosa. Possiamo anche dire che essi hanno colori politici diversi ma si trovano insanabilmente concordi sulle motivazioni delle loro scelte politiche e sulle intenzioni, insomma, Conte e Calenda appaiono divergenti sul piano ideale ma navigano, in realtà, sulla medesima logica strategica.

Inserendo il dibattito sul futuro del PD in questo quadro comprendiamo subito come le spinte dissoluzioniste e la polarizzazione crescente facciano, in realtà, il gioco di altre forze politiche. Queste, vogliono costruire un modello politico simile a quello francese, in cui si fronteggiano sostanzialmente tre partiti reciprocamente stagni, senza, però, fare i conti con la differenza fra modello presidenziale e modello parlamentare à l’italienne. Inoltre, non è possibile dimenticare che né Azione né il M5S presentano la struttura territoriale né la dimensione plurale e collettiva che un partito di sinistra dovrebbe avere e che costituisce uno dei tratti più significativi del PD (a onore del vero, bisogna segnalare come la struttura territoriale e la vicinanza alla base militante sia molto più presente nei partiti di destra attualmente al governo -specialmente nella Lega- che in questi partiti d’opposizione).
Insomma, associarsi all’idea per cui il PD deve scegliere fra una direzione pro-liberale filo-Calenda e una “socialisticheggiante” che flirti con Conte significa cedere il terreno a spinte esogene che desiderano, semplicemente , la fine del Partito e del “partito”, pensato come forma sociale tradizionale e democratica del fare politica. Seguire una tale linea sarebbe, per altro, una vera e propria coazione a ripetere; significherebbe ripetere, nel momento del crollo, i medesimi comportamenti che ti hanno portato sull’orlo di questo baratro, in una spirale di autodistruttività patologica degna dei migliori testi di psicanalisi.

Indipendentemente dal fatto che sia Bonaccini o Schlein, il futuro leader, se vuole realmente ridare vitalità al barcollante cadavere del Partito, deve tenere in mente cosa significhi essere un autentico leader. Questo, secondo la celebre lezione di Weber è chi riesce a non farsi dettare le logiche dagli altri, chi resiste alle Weltanschauung altrui e crea piani e sensi inattesi quando tutte le strade appaiono sbarrate; in uno slogan diciamo che “leader” è chi è in grado di costruire ex novo prospettive inedite.

Tenere a mente ciò, è fondamentale, quasi inevitabile, per riporre una nuova speranza nella possibilità di ricostituire il Partito. Ricordando, non solo a livello di base ma anche -e soprattutto- negli ambienti della direzione che cosa è un leader prima ancora di decidere chi sarà il prossimo. Senza mai scordare l’insegnamento del Weber citato in precedenza:

«La dedizione al carisma del profeta o del condottiero in guerra o del grande demagogo nella ecclesia o nel parlamento significa che egli è ritenuto personalmente da altri uomini un capo per intima ‘vocazione’ e che questi gli obbediscono non in virtù del costume o di una norma, bensì perché credono in lui. Egli stesso, a sua volta, vive per la sua causa, ‘mira alla sua opera’, se è qualcosa di più di un meschino e vanitoso arrivista del momento».

(M. Weber, La politica come professione, tr. it. P. Rossi, Einaudi, Torino 2004, p. 68).

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