Sul popolare sito di slow journalism UnHerd il 13 giugno è stato pubblicato un articolo intitolato Why Israel had no choice. Il pezzo, scritto dalla penna di Edward Luttwak (firma ricorrente della rivista), presenta alcuni argomenti chiari, netti, distinti e politicamente a destra per spiegare, ma soprattutto giustificare, il violento attacco lanciato da Israele nella notte del 13 giugno.
Luttwak scrive, ovviamente, che la causa del conflitto è da ricercarsi nel progressivo avvicinarsi della Repubblica islamica allo sviluppo di un arsenale atomico funzionante. Scelta, ovviamente, non percorribile poiché sarebbe andata a sorgere una nuova potenza nucleare, non una qualsiasi bensì – scrive Luttwak: «la prima ad essere guidata da fanatici religiosi che perseguono i dettami della vendetta sciita contro i sunniti di tutto il mondo per aver ucciso l’ultimo discendente di Maometto a Karbala nel 680 D.C., e per cui la distruzione di Israele è la chiave di volta per la supremazia sull’intero Medio Oriente».
Aggiunge Luttwak, se Netanyahu ha atteso fino a questo momento per colpire era perché necessitava del beneplacito di Trump. Una settimana dopo, Donald portava ancora più in là il suo assenso all’attacco israeliano partecipandovi attivamente con aerei e missili americani. In una notte, insomma, l’America è passata da First a Second e Trump è andato from MAGA to MIGA.
Avviata la spirale degli eventi, risulta impossibile sapere cosa accadrà. Cerchiamo allora di tornare indietro alla tesi basilare di Luttwak “Israel had no [other] choice”. Certamente, l’obiezione più semplice da muovere contro questa tesi consisterebbe nel segnalare che, secondo AIEA e CIA, non vi erano evidenze concrete della vicinanza dell’Iran alla proliferazione nucleare.
Tentiamo, però, di non opporre al ragionamento di Luttwak una tesi linearmente opposta. Tentiamo di non pensare in termini brutalmente fattuali e proviamo a dare per buona la sua idea, “Israel had no choice”, spingendola fino in fondo.
Come riporta Haaretz, al 9 marzo 2025, durante il debole (e in seguito fatuo) cessate il fuoco fra Israele e Hamas, il 48% degli israeliani riteneva che Netanyahu dovesse accettare la sua responsabilità per gli eventi del 7 ottobre 2023 e presentare le dimissioni.
Non possiamo sapere come procederà il consenso al primo ministro d’ora in avanti, ma – sempre secondo Haaretz – fra gli israeliani lo scontro con l’Iran riscuote una certa approvazione, è pertanto possibile ritenere che, di riflesso, anche il sostegno a Netanyahu aumenti.
Sarebbe un banale riduzionismo pensare che, al fondo della questione, vi sia uno sciocco calcolo di voti e la passione per il potere. Non è ovviamente così. Tuttavia, non è nemmeno possibile pensare che l’attacco israeliano all’Iran non sia la risposta a crisi più profonde. Infatti, è evidente come Netanyahu, uomo-simbolo della sanguinosa avventura israeliana e al governo del paese per 18 anni, sia rimasto avviluppato dalla necessità.
La priorità che guida la carneficina di Gaza, nominalmente, è quella di riportare a casa gli ostaggi. Al seicentoventicinquesimo giorno di guerra ancora 50 persone sono prigioniere di Hamas. Si può tranquillamente ammettere che se si considerano i costi umani (oltre 55mila vittime a Gaza), economici (un aumento della spesa militare israeliana di circa il 60%) e soprattutto la tremenda immagine di sé che Israele ha offerto (ovunque si sospetta che l’autentico scopo del governo israeliano sia lo sterminio integrale dei palestinesi o la loro espulsione completa); Netanyahu stesse fallendo.
Davanti alla crisi e all’incapacità di risolvere il problema, Netanyahu è rimasto intrappolato nella contraddizione fra la sua conduzione dello sforzo bellico israeliano e la necessità pragmatica di tentare vie alternative. Per non mettere in discussione decenni di valori, narrative e azioni, Netanyahu ha scelto di radicalizzare lo scontro, inquadrando la guerra a Gaza (scrive sempre Haaretz) come una “guerra esistenziale”. Precisamente come era stato necessario “esistenzialmente” (beninteso: per l’esistenza di Netanyahu) invadere la striscia di Gaza a più riprese e colpire Hezbollah – oltre che Hamas – nell’autunno scorso, così ora l’escalation iraniana non è che la radicalizzazione di quella stessa necessità di radicalizzarsi.
È così che da operazione strategica volta a recuperare gli ostaggi e punire Hamas, Gaza si è trasformata in un Inferno che si ripete senza tregua, che dalla Palestina la guerra si è estesa al Libano e che lo scontro con il nemico giurato iraniano è divenuta una guerra reale e aperte fatta di missili incrociati.
La radicalizzazione, tuttavia, non si misura unicamente con la quantità di esplosivi sganciata. Essa è anche, se non soprattutto, una radicalizzazione delle parole, dei pensieri e della linea del “normale”. È probabilmente perché assorbiti dalla spirale della necessità di Netanyahu che l’82% degli israeliani sostiene l’espulsione degli abitanti di Gaza, che Trump ha dovuto scegliere fra isolazionismo e jingoismo di memoria bushiana –spaccando un Partito Repubblicano altrimenti unitissimo-, che Putin si è presentato come un moderatore pacifista, che una spaccatura forte è emersa all’interno dell’UE (sempre piú incapace di essere non attore, ma addirittura voce fuori campo) e infine a polarizzare il dibattito in misure difficilmente colmabili. Queste evoluzioni, alcune stranissima, altre prevedibili, portano tutte il marchio del decisionismo di Netanyahu. Tenere a mente: radicalizzandosi Netanyahu ha inferto un colpo violento anche contro noi, vale a dire contro i tentativi – divenuti centrali nel discorso pubblico occidentale a seguito dell’invasione dell’Ucraina – di recuperare un commitment all’universalismo, alla Rule of Law del diritto internazionale e alla solidarietà fra nazioni.
Chi si è espresso contro Israele e la conduzione della guerra a Gaza nel corso degli scorsi mesi ha spesso sentito, da parte di posizioni moderate, il richiamo a distinguere il governo israeliano dalla nazione Israele. Si tratta di un promemoria assolutamente giusto poiché assolutamente ovvio. Eppure, precisamente poiché è vero che Israele non è in toto il suo governante non dovremmo forse pensare, in questo caso, che qualsiasi tentativo di giustificare quanto accaduto in nome di “Israele” sia fallace?
Netanyahu, non “Israele”, non aveva altra scelta; e la colpa di quanto accaduto sta nell’incapacità mondiale di prevedere il precipitarsi degli eventi.
A guardare il processo nella sua completezza partendo dal 7 ottobre 2023 ciò che vediamo è che un brutale attacco terroristico ha condotto a una escalation bellica nella regione più tormentata del mondo. Davanti alle prime luci della retaliation israeliana contro Hamas, Biden intravide la possibilità che si ripetesse un vecchio copione e avvisò Netanyahu di non ripetere gli errori americani. Si è trattato di un momento di rara forza e di sorprendente autocritica per una nazione altrimenti fiera di sé stessa. La possibilità di qualcosa di migliore era lì sul tavolo, ma essa non ha attratto, non ha vinto e ha lasciato instabilità, violenza e morte a fare da padrone.
Cosa accadrà in questa nuovo corso di eventi che assomiglia ad uno precedente non si può prevedere. Certamente, i 24 anni che ci separano dall’«originale» hanno portato trasformazioni significative, dalla crisi del 2008 all’ascesa delle potenze revisioniste. In un mondo dove gli Stati Uniti non sono più una potenza indiscutibile, gli esiti possono difficilmente essere previsti e lo spettro di un’evoluzione brutale delle cose non può essere scacciato.
Tutti conoscono l’adagio di Marx secondo cui la storia ripete sé stessa prima come tragedia poi come farsa. Questa volta sarebbe forse opportuno invertire la massima.




