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di Nicolò Radice

Следующая остановка, Таганская – Prossima fermata, Taganskaya
Lui è tornato. Non più leader del Partito Comunista Sovietico, bensì semplice osservatore dei pendolari moscoviti. Lo sguardo indifferente in mezzo a una folla osannante, Joseph Stalin, leader e condottiero del popolo sovietico: dopo mesi di lavori in cui tutti si chiedevano cosa stesse accadendo dietro i copertoni del cantiere, è stato riposto alla stazione Taganskaya il bassorilievo in onore dell’uomo d’acciaio, smontato più di sessant’anni fa a seguito delle rivelazioni di Nikita Krusciov sui crimini del regime.
Nonostante l’opera non sia quella originale, perché andata persa dopo la sua rimozione, il ripristino di una copia ha acceso un forte dibattito all’interno della società russa non solo sulla figura di Stalin ma anche sulla considerazione che vi è di lui oggi. Non si tratta certo del primo monumento in suo onore dalla fine del comunismo, dopo un periodo in cui il nome e l’effigie vennero rimossi dalla toponomastica e dalle principali piazze russe, ma fino ad ora si trattava perlopiù di iniziative private: le ONG che si occupano di diritti umani e di preservazione della memoria sovietica hanno individuato almeno 90 siti eretti per il dittatore sovietico negli ultimi venti anni, in piena era putiniana. La metropolitana di Mosca, tuttavia, non è un luogo come gli altri e pensare che i suoi dirigenti abbiano agito senza il consenso del Cremlino è ingenuo. Fonti anonime hanno suggerito una serie di indiscrezioni secondo cui il rifacimento del bassorilievo sia stato voluto e seguito dalla presidenza russa, come poi confermato dalla reazione di alcune delle più importanti figure istituzionali della Federazione. A proposito, la presidente del Consiglio federale, Valentina Matvienko, ha affermato che “Stalin si può criticare e condannare, ma è stata proprio la fede in lui ad aver unito la società sovietica, dando la certezza della vittoria sul nazismo”; sulla stessa lunghezza d’onda, Vyacheslav Volodin, presidente della Duma, che in un intervento in aula accusa i vecchi comunisti russi di aver ripudiato la figura del leader sovietico. A seguito di alcuni sondaggi, è emerso che il ritorno di Stalin in metropolitana sia stato accolto negativamente dal 20-25% dei moscoviti, mentre il 15-18% si sarebbe detto favorevole: la maggioranza è rimasta indifferente. Mentre sempre più fiori sono fatti ammassare ai piedi della figura in ceramica, con gli anziani(ssimi) nostalgici in posizione di preghiera, altre persone decidono di protestare: solo quest’ultime vengono fermate e identificate dalla polizia. Al di là del mero fatto di cronaca, che può interessare relativamente, è importante chiedersi cosa significhi la restaurazione di questo monumento, e più in generale la riabilitazione di Stalin, internamente alla società russa e all’ideologia punitiana.

La riabilitazione di Stalin
Il 13 luglio 2023, all’inaugurazione del Forum delle Nuove Tecnologie, Putin affermava che ogni epoca ha bisogno dei suoi eroi. Tra questi vi era anche quella di Lavrentij Pavlovič Beria, definito come un grande fisico, ma conosciuto meglio come il “boia di Stalin”, a cui il dittatore sovietico ha notoriamente affidato l’eliminazione di milioni di persone colpevoli di essere “nemiche del popolo”. Poco dopo, alla riunione del Consiglio di sicurezza, Putin diceva che la Polonia avrebbe dovuto essere grata a Stalin, che alla fine della Seconda guerra mondiale gli avrebbe – falsamente, è ovvio – regalato parte del suo territorio. A maggio, viene infine dedicato un altro monumento al “piccolo padre” nella città che una volta portava il suo nome: Volgograd. Questa campagna di riabilitazione è accompagnata dallo smantellamento dei monumenti dedicati alle vittime della violenza staliniana, come la croce in granito, una volta situata al cimitero di San Pietroburgo, dedicata alle vittime polacche della repressione sovietica. Associazioni che si occupano di difendere la memoria collettiva, come Memorial International, vengono dichiarate illegali o agenti stranieri. Tali episodi ci aiutano a capire che il ritorno di figure come quella di Stalin, o peggio di Beria, non è iniziato recentemente ed è tutto tranne che casuale. Partiamo da un presupposto: Putin nasce nel 1952, un anno prima della morte di Stalin, e si forma in ambiente sovietico. Il crollo dell’URSS, dunque, viene da lui considerato come “la catastrofe geopolitica più grande del secolo”, responsabile della proliferazione di movimenti separatisti dentro
la Russia, rappresentando per il popolo “una tragedia autentica”. Dalla prospettiva russa, la cosa è anche vera: la situazione del paese fu disastrosa, il crollo dell’Unione sovietica aveva causato una crisi sociale ed economica talmente grave che l’aspettativa di vita dentro il Paese crollò di anni, mentre il tasso di tossicodipendenza e di povertà assoluta aumentarono vertiginosamente. Tuttavia, Putin ha sempre sottolineato questo evento in una lettura fortemente nazionalista: l’Unione Sovietica, per il
presidente, era funzionale all’egemonia russa sulle repubbliche sovietiche e quindi alla prosperità del popolo russo. Si tratta di un ribaltamento rispetto alla concezione rivoluzionaria che ebbero i fondatori dell’URSS: con Putin, storicamente, non si parla più di un’unione di repubbliche uguali fra loro, ma dell’egemonia di un paese sugli altri. Questo era anche il pensiero di Stalin che, al contrario di Lenin, rinuncia all’idea di esportare la rivoluzione in Europa e dà nuova importanza alla lingua e
alla cultura russa, sottomettendo quelle delle altre repubbliche. Se Putin si sta richiamando a una tradizione sovietica, come è ovvio che sia, dobbiamo tenere a mente il periodo di riferimento e questo periodo è quello di Stalin. Il crollo dell’URSS fu una catastrofe perché la Russia perse la sua egemonia sul suo “Estero vicino”. Ecco che abbiamo una prima risposta sul perché della riabilitazione di Stalin. La seconda risposta non è legata a Stalin, ma è comunque importante per decifrare l’enigma dell’ideologia putiniana: Putin non si rifà solo a questa figura per legittimare il proprio operato, ma anche a un’epoca pre-comunista, quella dell’impero; ovvero quando Bielorussia e Ucraina erano inglobate nello stato russo senza che godessero di alcuna formula giuridica, e i funzionari zaristi facevano di tutto per intralciare la loro autodeterminazione culturale. Fu con Lenin che bolscevichi riconobbero, almeno pro forma, l’indipendenza delle repubbliche sovietiche e fu con Stalin che, de facto, si rigettò questa visione. Un’altra riflessione che aiuta a capire la ragione dell’importanza di Stalin è la periodizzazione storico-ideologica che si fa dell’impero russo in senso lato. In un saggio pubblicato poco prima della sua morte, Impero e Rivoluzione, Vittorio Strada dice che la nascita dell’impero russo non è univoca per tutti gli storiografi: all’anagrafe storica risulta ufficialmente registrata il 22 ottobre del 1721 quando, a San Pietroburgo, Pietro I viene proclamato imperatore con i titoli di “Grande” e “Padre della patria”. In realtà, secondo alcuni l’incoronazione dello Zar sanciva l’esistenza di un impero ante litteram, dovuto al completamento dell’opera unificatrice delle terre russe, sotto il controllo di Mosca, da parte di Ivan il Terribile. Due avvenimenti, invece, segnano l’inizio del tramonto dell’impero, ora divenuto sovietico. Di questi ci interessa solo il primo: il XX congresso del PCUS, col quale Krusciov critica e denuncia il culto della personalità intrapreso da Stalin. Con l’estromissione di quest’ultimo dal pantheon marxista-leninista, esso fu sottoposto a un processo di desacralizzazione irreversibile che causò un primo colpo alla solidità “dell’impero” e a cui il potenziamento del culto di Lenin non seppe opporre resistenza, tanto meno i tentativi riabilitativi di Breznev, Andropov o Černenko – poi affondati da Gorbacëv. Con Krusciov, quindi, inizia quel processo di critica che finirà per travolgere le strutture portanti del socialismo realizzato, quindi dell’Unione Sovietica, quindi dell’impero. Il collasso si può individuare in altri eventi chiave come la Perestrojka, la guerra in Afghanistan e il disastro di Chernobyl ma parte da questo accadimento. Negli ultimi anni, la memoria storica di Stalin ha vissuto un netto miglioramento dovuto all’idea di stabilità e di prestigio proprio dell’era sovietica, tenendo conto del fatto che, dopo il crollo
dell’URSS, la mancanza di una decomunistizzazione del Paese permise alla memoria staliniana di preservarsi. La mitizzazione del leader sovietico ha guadagnato notevoli riscontri nell’opinione pubblica, soprattutto negli ultimi anni: secondo un sondaggio del 2021, la percentuale di intervistati che riconosceva in Stalin un “grande leader” era pari al 56%, contro il 28% di poco tempo prima. Oggigiorno, l’élite russa sceglie di minimizzare i crimini del dittatore, per concentrarsi sugli aspetti
positivi della sua figura, come la vittoria della Grande guerra patriottica. Questo, anziché essere confuso con il ritorno di una cultura della personalità, che Stalin indubbiamente perseguiva, deve essere ricondotto al tentativo di promuovere i propri interessi politici. La figura di Stalin permette di veicolare l’idea di uno Stato russo centralizzato, capace di ottenere notevoli e pragmatici risultati, sia in politica domestica che in quella internazionale. La riabilitazione della sua eredità storica è fortemente legata alla visione neo imperialista di Putin: Stalin è la personalizzazione della gloria russa, una gloria che deve essere necessariamente ricercata per garantire alla Russia un nuovo posto nel sistema multipolare. La figura del dittatore georgiano
svolge un ruolo fondamentale per riaffermare l’idea di una Russia suprematista nel consesso internazionale. Stalin è il perno di un processo di monopolizzazione della memoria collettiva e individuale, dove anche la guerra in Ucraina è un tassello per creare quella nuova dimensione politico-ideologica dove passato e presente si intrecciano indissolubilmente. Per questo Putin ritiene che l’eccessiva demonizzazione di Stalin non sia altro che un modo per attaccare la Russia e i suoi valori, considerando la sua figura come prioritaria: prioritaria per quella narrativa identitaria necessaria a cementare l’identità russa, messa in crisi dal crollo dell’Unione Sovietica.

Redazione GD

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