di G.S.
Il 21 agosto 2025 le forze dell’ordine hanno avviato lo sgombero del centro sociale Leoncavallo.
Dopo trentuno anni di ininterrotta attività il centro sociale milanese per definizione chiude. Immediata è stata la reazione politica, con il centrosinistra che condanna la soppressione di un luogo di diffusione culturale e solidarietà e con la destra che inneggia all’operazione secondo tre dettami: ordine, legge, sicurezza.
Netto, in questo senso, Salvini: “Decenni di illegalità tollerata, e più volte sostenuta, dalla sinistra: ora finalmente si cambia. La legge è uguale per tutti: afuera!”. Ora, esiste qualcosa che appare come immanentemente contraddittorio in questa dichiarazione. La conclusione ricalca, infatti, l’arcinoto slogan del presidente argentino Javier Milei. Eppure, nonostante questo suo improvviso spagnolismo, la prima parte della dichiarazione attacca la sinistra accusandola di fagocitare illegalità, degrado e disordine. È certamente curioso che, per affermare la necessità di una società ben ordinata, si usi lo slogan di un presidente che si definisce anarchico (certo, nella particolare variante dell’anarcocapitalismo, ma sempre di quello si tratta).
Interessante è, inoltre, l’esultanza che un “gruppo” social noto come Svolta liberale ha prodotto, attaccando precisamente i GD Milano con l’accusa di sostenere l’abusivismo e di fomentare l’illegalità. Attacco poi ripetuto dal responsabile-di-qualcosa dei giovani di Forza Italia Antony Mammino.
Non serve un articolo per difendere i GD, se non altro perché le posizioni qui espresse sono personali e perché non è nell’interesse di chi scrive farlo.
Indipendentemente dalla correttezza di queste posizioni, risulta interessante domandarsi che cosa spinga una parte politica ad accusare l’altra di essere, sostanzialmente, immorale. L’accusa rivolta al (centro)sinistra non è, infatti, basata sul fatto che ad essere discutibile sia il valore culturale e sociale del Leoncavallo. Al contrario, in ogni attacco non si parla mai del Leoncavallo, bensì della parte politica che “lo difende” e di quella che “lo attacca” (per quanto, in realtà, polizia e tribunale siano organi che non svolgono – almeno in linea di principio – ambedue le operazioni), inchiodandola sulle ricadute delle sue posizioni (che, tra l’altro, sono profondamente distanti dalle sue decisioni) e identificandola con il desiderio di violare qualche norma eterna ed oggettiva di giustezza morale. A prodursi è, dunque, una sorta di catechismo in cui si va costantemente alla ricerca di una correttezza ideologica, di una purezza etica di cui la parte opposta manca.
Dove sono le radici di questa deplorevole tendenza che trasforma la politica in una sfilata di moralità? Senza dubbio nella cultura woke. Infatti, come è stato notato, nella mentalità woke le classificazioni tradizionali di sinistra e destra perdono di significato; a trionfare è, invece, un caos di retoriche comuni e al contempo antagonistiche.
Fino a non molto tempo fa, ‘woke’ era pressappoco un sinonimo di ‘sinistra’ (pur con l’irrisolto problema dello scontro fra il nuovo binomio identità-diversità e quello classico lavoro-solidarietà). Eppure, dopo più di un decennio di scontri sempre più veementi, la forma mentis woke sembra dilagare anche nel campo opposto. Con la seconda elezione di Trump molti commentatori hanno iniziato a identificare l’esistenza di una Right-Wing Wokeness. Si pensi, semplicemente, a quella proposta bislacca di ribattezzare il Golfo del Messico. Essa è apparsa a tutti noi follia. Eppure, è precisamente la nostra parte politica a sostenere che il linguaggio giochi una funzione fondamentale nel plasmare la realtà sociale. Sembra che scrivere “tutt*” o domandare a una persona quali siano i pronomi corretti da utilizzare sia la matrice del desiderio trumpiano di chiamare quello specchio d’acqua “Gulf of America”.
Ora, in che misura Salvini, Meloni e la destra cittadina sono stati infettati dal (Right Wing) Woke Mind Virus? Se si analizza la retorica adottata sulla questione Leoncavallo emerge come, al fondo, vi sia una forma profonda di victimhood culture. Il sociologo Al-Gharbi la identifica in questi termini:
Piuttosto che confrontarsi o negoziare direttamente con gli avversari (risolvendo le cose “tra di noi”), la norma in una victimhood culture consisterebbe nell’appellarsi a parti terze affinché dirimano i conflitti, intervengano in proprio favore o offrano sostegno e convalida. Per coinvolgere queste terze parti, il danno viene descritto in maniere iperboliche. Le persone cercano di rappresentarsi come deboli, vulnerabili, indifese o danneggiate—soprattutto in rapporto ai propri avversari. (Al-Gharbi, We Have Never Been Woke, 221)
È precisamente in questa maniera che la destra dipinge il Leoncavallo, presentandolo come una sorta di offesa mossa per decenni contro la solidità morale dei cittadini e contro il sacro rispetto della legge. Sembra quasi che i milanesi siano stati vessati da un trentennio di brutali oltraggi avallati dal potere di una meschina e tirannica classe politica. Ed è anche possibile vedere quale sia – nel nostro caso – l’intervento di un terzo attore. La destra al governo esulta per il Leoncavallo ma, a ben vedere, essa non lo ha predisposto. Senza dubbio esso potrebbe essere stato spinto, enfatizzato o accelerato dalla destra – nondimeno, lo sfratto è il risultato del decorso della legge e della sua messa in atto. Con quale base, allora, ci si può erigere a paladini della legalità e tacciare la parte opposta di sostenere azioni eversive se, a ben vedere, non si è fatto precisamente nulla di politico se non affidarsi all’arbitrio del potere giudiziario?
Ancora una volta è necessaria un’autocritica e urge riconoscere che le radici della victimhood culture sono nella santificazione del trauma che certi discorsi di sinistra hanno prodotto negli anni precedenti. Nondimeno, questa tendenza è stata assorbita e – se possibile – addirittura enfatizzata dalla destra (è stato d’altronde Donald Trump a dire “We are all victims”), nella misura in cui essa ha abbondato il lineare principio del conservatorismo in favore di un’ideologia della difesa dei nomi altisonanti di ordine, sicurezza e rispetto.
È in un quadro di questo genere che possiamo decidere quale virata imprimere alla guerra culturale di casa nostra. Tocca a noi capire se proseguire sbandando in un ostentato moralismo o se cambiare rotta e cominciare a discutere le azioni altrui non in base al loro rispetto della “società per bene” ma unicamente alla luce di valori chiari, delineati e specifici. Non ci meritiamo una destra Woke, tantomeno una sinistra.




