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Ci risiamo, il revenge porn è ancora al centro del dibattito degli ultimi giorni.

Ancora una volta però, la narrazione che se ne fa è tutta al contrario.

Protagonista della vicenda è un’insegnante di poco più di vent’anni licenziata dalla preside dell’istituto in cui lavorava dopo che il suo ex ragazzo si è permesso di diffondere le sue foto intime.

I fatti risalgono a circa due anni fa, primavera 2018 ma sono stati resi noti la settimana scorsa a seguito dell’esito, fortunatamente positivo, del ricorso mosso da parte della ragazza contro il proprio plesso che le ha permesso di tornare ad insegnare.

Non è purtroppo una novità che la vittima subisca le conseguenze dell’atto criminoso, non solo quando si parla di revenge porn, ma anche nei casi di stupro. Anzi è una prassi talmente comune che si è reso necessario darle un nome: victim blaming, colpevolizzazione della vittima.

Quando c’è di mezzo la sessualità della donna, insomma, è un attimo scambiare le carte in tavola e trasformarla da vittima a colpevole, riducendo inevitabilmente le responsabilità di chi invece ha realmente commesso il reato.

Da questo deriva poi inevitabilmente un senso di giustificazione del carnefice che si è visto tentare dalla donna che “se l’è cercata”, storia vecchia come il mondo quella della sirena soggiogatrice.

Ma andiamo ancora più a monte, perché assistiamo così spesso a questo tipo di stigmatizzazioni?

Anche questo fenomeno ha un nome: slut shaming e consiste in termini generali nel far sentire una donna colpevole o inferiore per il semplice fatto di avere una vita sessuale, inaccettabile per una società in cui l’ideale di donna è incarnato nella verginità.

Ovviamente lo stesso non vale per gli uomini, talmente liberi di vivere la propria sfera sessuale al punto da permettere che un reato penale venga declassato a “goliardia maschile”.

Sì, perché è normale condividere certe cose nel gruppo del calcetto. È normale che un padre di famiglia non dica nulla al compagno di squadra che diffonde contenuti intimi in maniera illecita, rendendosi a sua volta complice del crimine commesso. Quello che preoccupa la società è che il figlio di quello stesso padre di famiglia possa esser affidato ad un’insegnante talmente depravata da farsi foto senza vestiti (ad uso personale), talmente depravata da avere una propria vita sessuale, intima, affettiva.

E qui entriamo in un campo minato, non stiamo parlando solo di una donna infatti, ma addirittura di un’insegnante. Uno dei ruoli più delegittimati negli ultimi anni, una categoria sempre più messa in discussione dai genitori delle ultime generazioni, verso il quale però si nutrono delle pretese che, come è evidente, non si limitano soltanto alla qualità della didattica o alla pedagogia, ma che esigono il controllo anche della sfera privata di queste persone.

 Agli insegnanti ormai si affidano tutte le responsabilità legate alla crescita dei ragazzi, dimenticandosi che in prima istanza il buon esempio dovrebbe venire dai genitori, gli stessi che, fotografie di una 22enne alla mano, hanno ben pensato di denigrarla e stigmatizzarla più di quanto il suo compagno non avesse già fatto.

Intervistata, la ragazza ha raccontato il suo malessere derivato dall’essersi sentita privata di se stessa, dalle minacce ricevute dalla dirigente scolastica, dalla gogna cui è stata sottoposta quando le sue fotografie sono state mostrate alle sue colleghe perché anche loro potessero giudicarla per il suo gesto. Nessuno ha mostrato empatia, nessuno se l’è presa con il vero colpevole, né gli uomini né le donne. In poco tempo ha perso tutto ciò in cui credeva, la fiducia verso il prossimo, il suo lavoro, la sua dignità.

Nessuno ha letto il suo come un gesto profondo di amore verso il suo compagno e anche verso il proprio corpo, di cui ha dimostrato non vergognarsi, come invece spesso si insegna alle donne.

Ecco, condividere delle istantanee ritraenti lo stesso corpo che il suo compagno era, come naturale, solito vedere dal vivo non può apparire perverso, ma anzi può essere uno dei tanti modi in cui una coppia dimostra la propria intimità, un modo in cui una donna può scegliere di esprimersi, segno della complicità in cui si è scelto di credere. Qui chi ha sbagliato non è chi si è fidato né chi si è mostrato, ma chi, di nascosto ha tradito l’intimità di questo gesto.

Eppure anche adesso che la sua vicenda è diventata pubblica, adesso in cui tantissime voci si sono levate in sua difesa, spiegando cosa siano slut shaming e victim blaming, cultura dello stupro e revenge porn, spiegando perché non c’è niente di sporco nella sessualità di una donna, neanche adesso è l’empatia a prevalere, ce lo dimostrano i dati: su PornHub negli ultimi giorni tra le keywords più ricercate ci sono proprio “maestra di Torino”, a dimostrazione, ancora una volta che esiste un accanimento morboso legato a questi temi, molto più diffuso e molto più preoccupante di quanto si pensi, proprio perché socialmente accettato, giustificato.

Una società in cui non si è in grado di empatizzare, di vedere che dentro a quei corpi ci sono persone con dei sentimenti, delle paure, una vita; è una società in cui le donne ancora non possono essere libere, né di essere né di esprimersi; una società priva di consapevolezza e di diritto all’autodeterminazione.

Allora forse più che di maestre più pudiche, nelle scuole avremmo bisogno di un’educazione affettiva e sessuale più mirata e capillare.

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