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di Miriam Pedruzzi

Settimana scorsa è stata approvata la legalizzazione eutanasia in Spagna. Nell’aula delle Corti Generali, l’assemblea legislativa spagnola, è esploso un lungo applauso al termine della votazione. La nuova legge, passata con la sola opposizione dei partiti di centro ed estrema destra e del regionalista Upn, dispone che il paziente debba essere un cittadino spagnolo “pienamente consapevole e cosciente” al momento della richiesta di morire e che tale richiesta debba essere redatta per iscritto due volte nell’arco di almeno quindici giorni di distanza. Resta salvo il diritto del medico di fare obiezione di coscienza e rifiutare di prendere parte alla pratica, il cui costo sarà interamente a carico del sistema sanitario nazionale spagnolo.
Il tema è stato agilmente derubricato dalla politica e dai media nel nostro Paese come una notizia marginale, senza alcun interesse né alcuna conseguenza per la politica nazionale. Se ne sono accuratamente tenuti lontani i capi dei partiti cosiddetti progressisti ma anche la stampa e i media non hanno ritenuto di usare la notizia per svolgere un’analisi sulla posizione e sulle iniziative della politica italiana.

In Italia non è ancora possibile essere accompagnati alla morte quando si sopravvive in condizioni lesive della dignità umana, che, peraltro, è un valore e un diritto costituzionalmente garantito.
Senza il conforto della legge nel nostro Paese si naviga nella lacuna normativa: seppure da quando Marco Cappato e Mina Welby sono stati assolti aiutare a morire non rappresenta più reato, il Parlamento non se ne occupa, continuando ad ignorare i richiami della Corte Costituzionale. I tentennamenti del Parlamento e dei nostri politici non sono recenti, come dimostra la data di quest’articolo.

Il confronto mette paura e l’accanimento ideologico è persino peggiore di quello terapeutico.
Intanto aumentano i suicidi non assistiti, oltre 4.000 all’anno tra impiccagione, lancio dalla finestra, avvelenamento, annegamento, che passano nell’ombra di un’italianissima ignavia.
L’art. 580 del codice penale, rubricato istigazione o aiuto al suicidio, è una norma intrisa dell’ideologia fascista, che vedeva la vita quale “bene non disponibile da parte del suo titolare” perché a disposizione della collettività. Il suicidio era connotato da elementi di disvalore per la collettività statale in quanto sottraeva forza lavoro e cittadini alla patria.
Un orientamento che, come esplicitato dalla Corte, non ha più alcuna ragion d’essere nel nostro ordinamento costituzionale oggi improntato al principio personalista: principio alla luce del quale la vita primo fra tutti i diritti inviolabili dell’uomo – non potrebbe essere concepita in funzione di un fine eteronomo rispetto al suo titolare.

È meglio una cattiva legge o non avere una legge? La Corte Costituzionale ha effettivamente legalizzato la possibilità di essere aiutati a morire per le persone tenute in vita esclusivamente da trattamenti di sostegno vitale, ma questa sentenza è rimasta del tutto inapplicata. Lo Stato spagnolo e la sua politica sono riusciti a compiere un’azione decisa, che in Italia si fa attendere da molti anni.

È ora di cambiare le cose!

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