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Ovvero: introduzione allo strumento finanziario più discusso da 2008 ad oggi

di Jacopo Centofanti
Il blocco dell’economia causato dall’emergenza Coronavirus ha creato una crisi di dimensioni bibliche sui governi mondiali. Le richieste di aiuto di cittadini e commercianti rimasti senza soldi, la necessità di armare i sistemi sanitari nazionali con tutte le risorse possibili per fronteggiare la malattia e assistere i pazienti in terapia intensiva, la necessità di fornire supporto immediato alle imprese per evitare chiusure e licenziamenti e soprattutto la rapidità con cui è stato necessario dispiegare queste misure hanno creato una delle sfide più importanti dai tempi della seconda guerra mondiale.
Per capire la portata del cambiamento sulla nostra economia basta guardare a come stanno reagendo le aziende: tra le centinaia di realtà che si sono mosse con donazioni e aiuti, la famosa casa di attrezzature sportive Decathlon ha iniziato a collaborare con il Politecnico di Milano per lo sviluppo di un respiratore basato su una maschera da snorkeling, l’atelier Giorgio Armani ha avviato la produzione camici e attrezzatura medica da donare agli ospedali e il gruppo di lusso Francese LMVH sta usando le linee di profumeria dei marchi Dior e Givenchy per produrre 12 tonnellate di disinfettante per le mani da donare agli ospedali francesi.
Per far fronte a queste sfide i governi hanno dovuto dispiegare misure eccezionali in tempi record. Il Governo Conte II ha emanato il decreto di sostegno contro il Coronavirus in soli sei giorni dalla chiusura delle attività commerciali sul territorio nazionale (11 marzo). La manovra di bilancio approvata a dicembre prevedeva €32 miliardi di spesa per tutto il 2020 ed è stata discussa per più di tre mesi. Il decreto Cura Italia prevede €25 miliardi in più di spesa per il 2020, un gettito aggiuntivo pari al 78% delle misure previste dalla legge di bilancio 2020.
+78% – L’aumento della spesa nel 2020 che il Governo ha previsto per far fronte al COVID-19
6 – I giorni in cui sono stati emanati gli aiuti del Governo
 
La portata della crisi e la motivazione senza precedenti hanno portato al rallentamento immediato dell’economia mondiale. Il Fondo Monetario Internazionale (IMF) ha annunciato la possibilità di fornire $50 miliardi ai paesi in via di sviluppo, di cui $10 miliardi disponibili immediatamente a costo zero da non restituire prima di 5 anni e mezzo. L’Unione Europea ha annunciato la rimozione temporanea di ogni vincolo di bilancio, permettendo agli Stati Membri di farsi carico della spesa usando il debito, e la BCE ha avviato un programma illimitato di supporto alle istituzioni finanziarie dell’Unione Europea per evitare speculazioni finanziarie conto i paesi dell’UE. Tuttavia alcuni ritengono che gli strumenti tradizionali non bastino e la totale libertà di spesa rischia di mettere a repentaglio i bilanci dei paesi UE come è successo nel 2011. Queste considerazioni stanno sta spingendo i governanti a riflettere su nuovi strumenti per stimolare l’economia, anche a livello europeo, con i “Coronabond”.
 

I Titoli di Stato

In questo momento gli Stati Membri dell’Unione Europea finanziano le loro attività chiedendo denaro ai mercati finanziari (che includono banche e assicurazioni, ma anche piccoli e grandi investitori). Lo strumento con cui viene chiesto denaro si chiama “Titolo di Stato” o “Bond”. In Italia i titoli vengono emessi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e sono noti con il nome di BOT o BTP.
In cambio di questi “prestiti” lo Stato dovrà restituire il denaro preso in prestito e pagare una quota di denaro in forma di remunerazione chiamata “tasso d’interesse”. Queste operazioni sono rischiose per l’investitore e saranno tanto più rischiose quanto più sarà inaffidabile lo Stato che chiede soldi. Il motivo è che gli investitori vogliono essere remunerati per aver rischiato i loro soldi con un debitore inaffidabile, per cui chiederanno un tasso d’interesse più alto rispetto a quello da applicare a un debitore poco rischioso. Questa dinamica crea differenze nel costo di finanziamento per ogni Stato tramite gli “spread”: se guardiamo agli ultimi anni, i mercati finanziari hanno avuto dubbi sull’Italia che si trova a pagare tassi d’interesse più alti rispetto alla Germania (il paese più sicuro dell’Unione Europea).
 

Il Coronabond

Il Coronabond sarebbe il primo Titolo di Stato emesso contemporaneamente da tutti gli Stati Membri dell’Unione Europea. Il titolo dovrebbe essere emesso da un ente che faccia parte delle istituzioni dell’Unione Europea (come per esempio il MES, la BEI, la Commissione Europea) per finanziare l’economia dei paesi più in difficoltà. L’idea è emersa per la prima volta durante la crisi del debito del 2011 in seno alla Commissione Barroso, ma non è stata mai portata a compimento per l’impossibilità di trovare una maggioranza qualificata tra gli Stati Membri.
Far emettere un titolo all’Unione Europea, che rappresenta la seconda area economia per prodotto interno lordo (PIL) e include tre degli Stati più ricchi al mondo porterebbe due vantaggi:
  1. Farebbe abbassare i tassi d’interesse, grazie all’affidabilità e alla solidità economica dell’UE;
  2. Porterebbe un enorme flusso di denaro agli Stati Membri senza appesantire i bilanci dei singoli Governi.
Questi vantaggi sarebbero già sufficienti a giustificare l’entusiasmo con cui i Paesi più esposti stanno portando avanti la battaglia per gli Eurobond e non a caso Italia e Spagna sono tra i primi proponenti di questa manovra.
Tuttavia bisogna rapportare la potenza di fuoco di questo strumento e il valore di questa misura, che secondo alcuni commentatori dovrebbe agirarsi intorno ai 500 miliardi di euro.
  • 500 miliardi di euro sarebbero in grado di finanziare l’intera economia degli 81 stati più poveri per un anno: un singolo strumento incanalerebbe abbastanza denaro da permettere al 41% dei paesi mondiali di fermare la loro economia per un anno intero e sopravvivere comunque;
  • Se scegliessimo di finanziare un singolo paese, tutti i paesi compresi Svezia, Norvegia e Qatar tranne 22 sarebbero in grado coprire tutto il loro PIL per almeno un anno. Nel caso dei paesi più piccoli, questa cifra permetterebbe di sostenere il PIL nazionale per 13,625 anni;
  • Finanziare tutta la Ricerca e Sviluppo Italiana per più di 18 anni;
 
Nonostante i numeri da capogiro, una manovra di queste dimensioni varrebbe solo il 6.25% del PIL dell’Unione Europea.

Le opinioni

Nove paesi dell’Eurozona si sono espressi a favore dell’emissione di un Coronabond tra cui Italia, Francia e Spagna. Secondo i dati riportati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, si stima che l’impatto economico del Coronavirus per l’economia dell’Unione Europea sarà intorno a €1.500 miliardi e l’unica risposta adeguata sarebbe una risposta Europea. Anche Christine Lagarde, presidente della BCE, ha sostenuto la proposta invocando un’emissione una tantum per far fronte all’enorme sforzo economico che si prospetta.
I paesi scettici sono un gruppo meno numeroso che include Austria, Germania, Paesi Bassi e Finlandia, ma hanno abbastanza voti all’interno del Consiglio Europeo da bloccare la proposta. Le ragioni della loro diffidenza hanno origine storica in quanto i paesi del nord sono sempre stati più attenti alle loro finanze e trovano ingiusto usare la stabilità creditizia per sostenere paesi meno oculati. Secondo alcuni economisti, la situazione creerebbe un’occasione di moral hazard in cui controparte più rischiosa può approfittare di una situazione favorevole a discapito degli altri partecipanti, in questo caso spendendo incoscientemente i soldi ottenuti con la solidarietà degli altri paesi Europei.
Il giudizio dei governi dei Paesi contrari viene considerato impietoso da molti osservatori. Il Die Spiegel, uno dei più autorevoli quotidiani tedeschi, ha titolato contro il governo di Berlino che l’opposizione ai Coronabond è “non solidale, gretta e vigliacca”. Ad alimentare la critica, i toni del dibattito si scaldano ogni giorno che passa: il primo ministro portoghese Antonio Costa ha definito gli attacchi da parte dell’Olanda “disgustosi” ed “inconsiderati” e la reazione internazionale ha spinto il ministro delle finanze olandese Wopke Hoekstra a scusarsi pubblicamente.
Il punto della contesa rimane aperto nonostante le aperture dell’Eurogruppo a un pacchetto di interventi da € 1000 miliardi e i Coronabond rimangono un punto dolente nel dibattito comunitario: la questione è tutt’altro che risolta e Conte, capo de facto della coalizione pro-Coronabond ha tuonato battaglia durante la conferenza stampa del 10 aprile. Chiunque l’avrà vinta, la speranza è che la crisi passi presto.
Redazione GD

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