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di Diego Canaletti

 

Nella giornata di ieri, Joe Biden ha annunciato i principi cardini della sua politica estera in un discorso che non a caso si è tenuto al Dipartimento di Stato, volto a segnalare l’importanza che la diplomazia avrà per quest’amministrazione. La conferma la da Biden stesso all’inizio del discorso: “L’America è tornata. La diplomazia è tornata”.

Una diplomazia volta a difendere gli interessi degli Stati Uniti non solo dal punto di vista strategico o militare nelle varie regioni del mondo ma anche dal punto di vista valoriale. Gli eventi del 6 gennaio con il tentato colpo di Stato ordito da Trump hanno reso gli Stati Uniti meglio attrezzati per difendere la democrazia e i diritti umani (riaffermati come diritti universali) nel mondo. L’elemento democratico appare nel discorso della politica estera, confermando quell’approccio neoconservatore che era stato annunciato in campagna elettorale, con la volontà di convocare un forum delle democrazie. La democrazia è uno strumento per ottenere “pace, sicurezza e prosperità”.

I diritti umani non sono solamente un elemento accessorio ma si intrecciano e costituiscono un elemento fondamentale nel discorso di Biden: Russia e Cina, vengono attaccate per la loro posizione sul tema e al contempo costituiscono una parte fondamentale dell’azione del suo governo. Durante il discorso, Biden annuncia la volontà di riaprire un programma di riaccoglienza dei rifugiati terminato da Trump durante i primi mesi del suo mandato. Nella stessa giornata Biden ha emesso un Presidential Memo per indirizzare le agenzie federali a difendere globalmente i diritti LGBTQ, anche garantendo a queste persone rifugio nel Paese.

E come in campagna elettorale si assiste alla volontà di aprire nuovamente al multilateralismo, in quanto “le alleanze statunitensi sono il più importante asset” che il Paese ha, segnando una ferma retromarcia rispetto al politica estera della precedente amministrazione pur tenendo fermo che gli Stati Uniti devono prima di tutto pensare alla propria classe media. Ma Biden non si limita solamente a fare dei cambi di rotta rispetto alla precedente amministrazione, Biden usa il discorso per criticare quanto fatto da Trump affermando che gli Stati Uniti reclamano la credibilità e l’autorità morale che è stata persa negli anni passati, e ricominciare ad essere la prima potenza mondiale.
Gli accordi commerciali dovranno essere diretti a garantire e sviluppare il benessere di questa fascia della popolazione, per questo personalmente ritengo che la postura che l’amministrazione adotterà nei confronti della WTO sarà meno caustica di Trump ma comunque diffidente.

Un discorso di principio e poca concretezza, tolta la decisione di rimuovere l’appoggio all’Arabia Saudita nella proxy war in Yemen e il riaffermare la richiesta ai militari del Myanmar di ridare il potere al governo democraticamente eletto. La posizione nella guerra in Yemen non deve indurre in confusione circa la posizione statunitense nei confronti di Ryad: l’Arabia Saudita rimane un partner strategico fondamentale nella regione e Biden lo mette in chiaro, affermando che gli Stati Uniti sostengono il diritto di difendere il proprio territorio e la propria popolazione.
La Russia appare nel discorso, attaccata frontalmente per il suo mancato rispetto dei diritti umani e per l’attacco alla democrazia statunitense. Altro attacco è dedicato alla Cina, “il nostro competitor più importante”, affermando di voler rispondere agli attacchi economici e ai diritti umani portati avanti dal Governo di Pechino.

L’Amministrazione comincerà anche un processo di revisione delle politiche precedentemente adottate. Jake Sullivan lo aveva annunciato nei confronti di Corea del Nord e Iran, ma questo riguarderà anche il comparto militare, con la sospensione del ritiro delle truppe dalla Germania e l’ordine dato al Pentagono di verificare che il dispiegamento delle truppe è adeguato per perseguire al meglio gli interessi degli USA.

Ancora, in un Paese colpito duramente negli ultimi mesi da attacchi cibernetici provenienti, secondo le agenzie governative, dalla Russia, Biden decide di riorganizzare la questione e di darne priorità all’interno dell’azione governativa. Il primo passo è stato quello di nominare un Vice consigliere alla Sicurezza Nazionale con una delega dedicata alla Cybersecurity, il cui compito è quello di riorganizzare le policy per migliorare “urgentemente la capacità, prontezza e resilienza nel cyberpsazio”.

Il cambio di passo nei confronti dell’Amminstrazione Trump non è dunque solamente a livello contenustico ma anche nella modalità con cui questa politica estera viene portata avanti. L’Amministrazione Biden vede i vari problemi come intrecciati tra loro e ritiene necessaria un’azione coordinata dei vari dipartimenti e delle agenzie governative e non è un caso che nello stesso discorso appaiono elementi del Dipartimento di Stato e del Dipartimento alla Difesa, un ulteriore segnale su come il Presidente abbia un peso all’interno della sua Amministrazione.

La politica estera di Joe Biden si presenta dunque come una miscela delle due precedenti amministrazioni statunitensi, volta a prendere le parti migliori del realismo di Trump e dell’idealismo di Obama: l’America First e la Cina come competitor più importante da parte di Trump e il multilateralismo e la predominanza della diplomazia da parte di Obama. La sfida per Biden  starà proprio nel dosare attentamente questi elementi per riottenere un prestigio internazionale che gli Stati Uniti hanno perso da tempo, da molto prima dell’8 novembre 2016.

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