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I giornali sul nascente Governo Draghi stanno perdendo la poca dignità che gli era rimasta. Non mitizzare una figura verso  cui dovrebbero essere controllori credo che sia la prima regola del manuale del buon giornalista.

Vengono invece ripescate le immagini di Mario Draghi nel suo quotidiano: lo vediamo fare jogging, fare la spesa, in compagnia della moglie, Serena Cappello. Manca solamente il racconto in cui Draghi diede l’elemosina ad un bambino incoraggiandolo ad investire nel suo futuro. Ecco, quel bambino era Bill Gates.

Scherzi a parte, davanti a questo piattume abbiamo voluto chiedere a due iscritti quali fossero i vantaggi e svantaggi a questo Governo, nel tentativo di indurre qualche riflessione altrimenti assente.

Ecco cos’hanno scritto.

 

Governo Tecnico: no grazie

Di Pietro Galeone

 

Da ricercatore di economia, non posso negare che Mario Draghi sia una persona di competenza con pochi paragoni in Italia, e di competenza in Italia abbiamo urgente bisogno. Per un qualsiasi ruolo tecnico ed economico, scenderei in piazza a favore di Draghi.  Ma in Italia abbiamo anche urgente bisogno di politica. Non intesa come il gioco a cui gioca Renzi, che è solo sete di potere e megalomania travestita da politica, ma quella vera che rappresentanti impone la responsabilità di prendere decisioni coraggiose interpretando ciò che i cittadini danno loro come mandato democratico.

Per questo serve un governo espressione dei rappresentanti eletti, che abbia la forza e il sostegno politico necessari per affrontare questa fase delicata. Nonostante 200 miliardi di euro siano tantissimi, non sono infiniti; e in un paese dilaniato dalla crisi bisognerà decidere come e dove spenderli, a fronte di una richiesta e un bisogno che è maggiore della disponibilità. Queste sono scelte politiche. Già sono nati gruppi che – giustamente – rivendicano una fetta di fondi maggiore di quella attualmente destinata loro: penso al Giusto Mezzo che chiede più fondi per le donne e Uno Non Basta che chiede più fondi per i giovani; molti altri ci sono già e altri ancora ne verranno. Questa è politica, e richiede interlocutori politici.

Draghi non ha né arte né parte in questo meccanismo; può certamente avere (e sono certo che avrà) il buonsenso di ascoltare questi gruppi, ma alla fine dei conti non dovrà rispondere a un elettorato; e non può essere sollecitato dall’elettorato proprio perché non ne ha uno di riferimento. Un bravo architetto, se viene chiamato a progettare una casa senza essere stato assunto dai futuri proprietari, sicuramente saprà creare una casa di stile – ma di quale stile? Potrebbe finire col progettare una casa ottima per la famiglia Bianchi ma completamente inadeguata per la famiglia Rossi.

Non a caso il Presidente Mattarella ha sempre chiesto come prima scelta una maggioranza per un governo politico. Perché un paese democratico ha bisogno di governi politici scelti dall’elettorato e sotto il giudizio dell’elettorato. Il governo tecnico è sempre un’ultima spiaggia, un’opzione a cui ricorrere solo in caso di assoluta impraticabilità delle altre opzioni. Un po’ come le maschere dell’ossigeno: sono fondamentali nel caso in cui non sia possibile respirare altrimenti, ma non sono pensate per un utilizzo regolare perché è di gran lunga preferibile respirare autonomamente.

Per questo è importante distinguere tra il piacere di avere una figura competente come Draghi alla guida, che condivido, e il tifo per un governo tecnico che lasci in secondo piano i partiti, che ritengo molto miope. Credo sia fondamentale spingere perché da queste consultazioni con il neo Presidente del Consiglio incaricato esca una maggioranza politica solida che abbia voglia di costruire un governo con un chiaro programma e ministri politici. Solo così si può garantire un indirizzo preciso, la partecipazione dei cittadini a scelte epocali riguardo fondi di magnitudine senza precedenti, la rivendicazione di quelle scelte da parte di partiti che dovranno poi essere giudicati dall’elettorato, e il funzionamento democratico dei processi decisionali nel Paese.

 

Perché non potevamo sperare in nulla di meglio di Mario Draghi

di  Luca Cusimano

 

Non è necessario che sia io in questo articolo a spiegare come siamo giunti alla situazione di incertezza in cui siamo immersi ormai da qualche settimana. La crisi di governo innescata da Matteo Renzi è stata discussa largamente, spesso con toni quanto meno discutibili. Sull’opportunità o meno di fare cadere il governo durante una pandemia mi trovo particolarmente d’accordo con quanto scritto per “Il Post” da Francesco Costa (tutte le sue riflessioni su questa crisi sono qui, qui e qui), dunque consiglio la lettura dei suoi spunti piuttosto che chiedere inutili ulteriori delucidazioni a me.

Quello che però risulta essere interessante è lo scenario cui andiamo incontro. Il prossimo governo, qualunque esso sia e in qualsivoglia modalità si dovesse formare, avrà davanti almeno tre sfide chiave. La gestione della pandemia, che per quanto domini la vita di tutti da ormai un anno è tutt’altro che superata, la campagna vaccinale, la più grande della storia della repubblica, e la gestione del recovery plan… ehm… Next Generation EU, la più grande somma mai avuta in mano da un governo italiano.

Bisogna adesso analizzare quelle che erano le possibilità a disposizione del Presidente Mattarella. Chiaramente le uniche due vie erano o le elezioni o la formazione di un nuovo governo in grado di trovare la maggioranza all’interno dell’attuale composizione parlamentare.

Le elezioni sarebbero state uno scenario tragico. Non faccio parte di coloro che credono che sia un rischio per la democrazia la vittoria dei populisti o comunque di una coalizione di centro destra. Il meccanismo stesso della democrazia prevede che governi chi viene eletto dal popolo, è quindi anche compito nostro fare in modo vi sia il più ampio consenso possibile a sostegno delle nostre battaglie, e qualora ciò non avvenga e vincano gli avversari la lotta prosegue per fare in modo le misure prese siano il più vicino possibile alle nostre preferenze. I motivi per cui vedo questa strada come disastrosa sono almeno tre. In primis la presenza di una legge elettorale quanto meno discutibile, che infatti ha dato vita alla difficile composizione delle camere con cui conviviamo ormai da due anni e mezzo. In secondo luogo a questa legge si somma il taglio dei parlamentari (di cui preferisco non parlare in questa sede, vorrei mantenere un decoro e non trascendere nella volgarità) che ci ha lasciati ancora orfani dei necessari e fondamentali correttivi. Correlato a questo punto vi è il fatto che a febbraio 2022 si terrà l’elezione del Presidente della Repubblica, e proprio in questo importantissimo passaggio democratico risiede uno dei principali problemi del taglio di matrice grillina, rischiando di dar vita a un Presidente eletto incostituzionalmente. Come ultimo motivo, ma non certo per importanza, vi è la impellente necessità di un governo nel pieno delle proprie funzioni, per riuscire a gestire al meglio un passaggio critico come quello che ci attende. Affrontarlo nel mezzo della burrasca elettorale che si scatena a ogni elezione nel nostro paese sarebbe un rischio enorme, come sottolineato anche da Mattarella stesso.

Viste queste considerazioni riuscire a trovare un governo alternativo è la priorità per il nostro paese. Naufragato il tentativo di un Conte ter a causa della netta opposizione da parte di Matteo Renzi, che a malincuore risulta essere l’ago della bilancia di questa complessa situazione politica, il Presidente ha dovuto necessariamente cercare una figura, se non meramente tecnica, quanto meno di alto profilo che fosse in grado di accogliere il più grande appoggio parlamentare possibile.

In quest’ottica Mario Draghi è di gran lunga il miglior nome possibile cui affidare questo delicato incarico. Non ho intenzione di scrivere l’ennesima agiografia, visto il lecchinaggio stucchevole con cui il giornalismo italiano ha deciso di deliziarci in questi giorni, raccontandoci anche di quando Draghi era davvero il miglior compagno di banco possibile chiunque tu fossi. Al netto di questi sproloqui è, penso, innegabile per chiunque lo spessore umano, la conoscenza, la competenza e la capacità che caratterizzano la persona. La stima che l’ex presidente della BCE può vantare in ambito europeo, inoltre, sarebbe comparabile solo con quella della cancelliera Merkel, con un aumento di prestigio e credibilità immediato per il nostro Paese, come già testimoniato dalla reazione dei mercati finanziari alla notizia dell’incarico.

Non solo. Quella che potrebbe essere l’azione di Draghi, al netto delle etichette da appioppare ai personaggi politici di cui spesso sentiamo la necessità, risulta essere promettente. Al meeting di Rimini del 2020, dove è intervenuto con un lungo discorso, aveva già fatto intendere quelle che erano per lui le necessità italiane, a partire dall’istruzione e dai giovani. “Privare un giovane del suo futuro è la più grande forma di disuguaglianza.” “Vi è, però, un settore essenziale per la crescita, dove la visione di lungo periodo deve sposarsi con l’azione immediata: l’istruzione.” Lo so, lo so, state già sognando di sentire Zingaretti pronunciare queste parole per dettare la linea dell’alleanza di centrosinistra ma no, a dirle è il banchiere che in questi giorni più e più volte è stato associato all’austerity di montiana memoria. Che non si ferma qui. Nello stesso intervento spiega come anche a livello morale sia necessario investire sui giovani, essendo coloro che pagheranno l’enorme debito generato dalla pandemia. Sempre nella stessa occasione, infine, ha posto l’attenzione sulla necessità di privilegiare quelli che sono investimento di lungo periodo, non esclusivamente sussidi e bonus che per loro stessa natura servono solo a tamponare una situazione emergenziale ma non hanno la capacità di far ripartire un paese. È dunque per lui necessario fare quello che chiama “debito buono”, ovvero un debito capace di generare un ritorno economico superiore all’investimento (economisti perdonatemi l’eccessiva semplificazione), in particolare investendo in capitale umano, infrastrutture e ricerca, evitando di fare “debito cattivo”.

In conclusione, comprendo perfettamente la delusione nei confronti della politica e della classe dirigente che quest’ultima è in grado di esprimere, che costringe alla formazione di un governo, se non tecnico, di “alto profilo”; così come comprendo le preoccupazioni partitiche di finire in un governo con la Lega. D’altro canto penso che se la linea verrà dettata da Draghi, e credo che sarà così, sarà più Salvini ad essere in difficoltà nel giustificare determinate mosse rispetto a Zingaretti. Ma soprattutto, sono un cittadino italiano ben prima di un militante. E da cittadino italiano sono convinto che meglio di così, viste le condizioni, non ci potesse andare.

Redazione GD

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La Redazione è lo spazio di approfondimento e confronto pubblico dei Giovani Democratici di Milano Metropolitana!

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