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di Ilaria Piromalli

“Sappi, novizio, che le sciocchezze sono più che necessarie sulla Terra. Sulle sciocchezze è basato il mondo e, forse senza di esse, nel mondo non sarebbe mai accaduto nulla”

I fratelli Karamàzov, Vol. 1, Fëdor Dostoevskij

L’Afghanistan nella storia è stato un Paese conteso (e anche ben prima degli eventi descritti nella prima parte), banalmente per il fatto stesso di essere un crocevia tra Oriente e Occidente, per gli scambi commerciali e le risorse, in particolare l’accesso strategico alle fonti della distribuzione petrolifera occidentale, per il carbone e il gas naturale, che giocano tutti a pari livello un ruolo fondamentale nell’instabilità politica e sociale del Paese, alimentando già nel XIX secolo la nascita di forme di resistenza, che via via nel Novecento assumono un ruolo, un’inclinazione e una finalità differente. In tal senso, una delle situazioni che determina tanto di ciò che verrà dopo, ampliando una già complessa questione come quella mediorientale, è l’occupazione russa, in quel gioco di riequilibrio di un’influenza ormai in declino.

Abbiamo visto come una delle questioni ereditate per così dire dalla costruzione russo-britannica dei confini è quella della Durand Line, alla base della disputa politica circa il diritto di autodeterminazione delle tribù pashtun stanziate lungo i confini.

La proclamazione dell’indipendenza dell’India, nel 1947, non fa che acuire la questione. Il potere dell’Afghanistan è in questo momento nelle mani Mohammed Zahir Shah, nato in una famiglia pashtun, successo al padre, assassinato. Nel 1953, nel ruolo di primo ministro, viene nominato il cugino e cognato del sovrano, nonché tenente generale Mohamed Daud Kan, che apre a tutta una serie di riforme fino a che nel 1963 non si “dimette”. Nel 1964 Zahir promulga una nuova Costituzione, elaborata dal nuovo primo ministro Mohamed Yussuf, che sembra portare l’Afghanistan verso un modello democratico, che istituisce libere elezioni e interviene sui diritti delle donne, e tuttavia impedisce la partecipazione di partiti di ispirazione marxista.

La situazione socio-politica va verso un lento tracollo: le tensioni con le tribù pashtun, che puntano all’indipendenza, si acuiscono, mentre nella clandestinità nasce il PDPA, il Partito del Popolo Afghano, diviso in due fazioni, una filosovietica e una filocinese.

Il PDPA si fa artefice di tutta una serie di manifestazioni che faciliteranno gli eventi che di lì a breve si verificheranno. È il 1973 e durante un viaggio all’estero del re Zahir, il principe Daud realizza un colpo di stato che determinerà la fine della monarchia e la nascita della Repubblica afghana. Daud realizza un programma di ispirazione socialista, ma risulterà poco sostenuto in patria. 5 anni dopo l’inizio della Repubblica, la fazione filosovietica lo assassinerà: è il 1978 e quale presidente della Repubblica Popolare Afghana viene nominato Mohammad Taraki, vice invece Hafizullah Amin, della corrente Khalq del Partito (filocinese).

Ridistribuzione della terra, stabilizzazione dei servizi sociali, abrogazione dell’usura, riconoscimento del diritto di voto alle donne, annullamento del divieto dei matrimoni forzati. Gli uomini dovranno tagliare la barba, le donne non potranno indossare il burqa, le bambine dovranno andare a scuola e non potranno più essere oggetto di scambio economico: sembra fantascienza, ma la rivoluzione di aprile aprì a un’interessante stagione di riforme (per quanto l’Afghanistan già avesse visto in passato e, non ultimo con Daud che si muove anche in questo senso, delle fasi di “modernizzazione), con Kabul che in poco tempo diventa un esempio di capitale laica.
Le rivoluzioni tuttavia non si fanno in un giorno, è l’assenza di gradualità nelle scelte politiche verrà pagata molto presto.
Le riforme non passano inosservate alle opposizioni religiose che di lì in poi passeranno a un’opposizione armata, con la contrapposizione della jihād dei mujaheddin al “regime dei comunisti atei senza Dio“.
Taraki è sotto attacco da più parti, ma sarà il vice Amin a deporlo, il quale erediterà un Paese fortemente diviso.
Ancora una volta una coincidenza gioca un ruolo fondamentale: due settimane prima l’ayatollah Khomeini, che avrebbe presto mandato a morte la dirigenza tutta del partito comunista iraniano, è entrato trionfante a Teheran. Amin è inoltre considerato dai sovietici un uomo della CIA, che deve essere eliminato, considerazione che al domani dell’invasione, i russi, non mancheranno di sottolineare.
È così che inizia l’occupazione che porterà all’insediamento della fazione filo-sovietica e all’ascesa del leader Babrak Karmal.

Di fantascienza nella vicenda afghana ce n’è molta, un’altra storia oggi paradossale è rappresentata da quel triplice messaggio di pace in nome del principio di autodeterminazione dei popoli, pronunciato unitariamente dal Presidente Jimmy Carter, dall’ayatollah Khomeini e dal dittatore pakistano Zia-ul-Haq, che finirà con l’essere il crocevia tra Stati Uniti e fondamentalisti. Le Olimpiadi di Mosca verranno boicottate da Washington e in risposta dal fronte russo quelle di Los Angeles del 1984.

Mentre il mondo bipolare si avviava tuttavia verso la fine, qualcos’altro, anche in virtù di tutto ciò che era stato, si iniziava a muovere nel territorio afghano. Perché in questo momento entra per la prima volta in gioco un nome che probabilmente chiunque ha imparato a conoscere. Si tratta di Osama bin Laden, figlio di un importante costruttore yemenita, e uno dei principali organizzatori e finanziatori della jihād dei mujaheddin. Bin Laden inizia a raccogliere dal suo Ufficio d’Ordine fondi, armi, combattenti, anche grazie al supporto dei governi americano, pakistano e saudita, finché nel 1988 non lascia Maktab al-Khadamat per formare al-Qāʿida, movimento che nasce sulle sponde del contrasto all’invasione afghana dell’URSS.

I russi non persero mai una vera e propria sconfitta in campo, un dettaglio curioso che ha spinto più di uno storico a definire l’Afghanistan come il Vietnam dell’Unione Sovietica. Tuttavia quella che avrà luogo dall’inizio alla fine (1988) sarà una guerra di sfinimento, in cui il territorio afghano giocherà, come quasi un secolo prima, un ruolo fondamentale. E questo ci riporta a quello che Bernard Lewis scrive nel suo articolo citato nella prima parte, riprendendo una delle famose interviste di Osama Bin Laden di qualche anno prima. L’Afghanistan è stato sottovalutato, come il Vietnam. Ma dell’Afghanistan si è soprattutto abusato, senza valutare i possibili effetti di scelte e decisioni. E se è vero che è facile fare una valutazione simile in un mondo completamente diverso, un mondo che ha ormai vissuto le due Guerre Mondiali, un mondo che non è più bipolare, è altrettanto vero che laddove le velleità si antepongono all’interesse, il risultato è un pasticcio.

E il paradosso dell’Afghanistan è forse questo, l’abuso di un territorio che diventa il tavolo da gioco di una partita di ping pong, dove conta prima il predominio imperiale, poi quello di un mondo bipolare, infine l’ipocrisia di chi tende a esportare un modello senza nulla aggiungere nella società. È la presunzione di voler cambiare qualcosa su cui non si ha mai avuto il vero controllo, perché è sempre mancata l’influenza. Eppure l’influenza ha tutt’altre caratteristiche dalla violenza.

Il sonno della ragione genera mostri, e se guardiamo all’istante immediatamente precedente all’invasione sovietica, non possiamo che notare come le varie fazioni religiose abbiano trovato l’unità solo di fronte all’avanzata del comune nemico. Finiti i contrasti (1988), crollata l’URSS, le tensioni in Afghanistan si acuiscono.
Nel 1992 viene proclamata la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, ma il clima è quello di una guerra civile. Nella situazione di confusione generale un gruppo, tra tutti, emerge: si tratta dei taliban, gli “studenti del scuole coraniche”, sotto la guida di Mullah Omar, che vogliono recuperare il portato culturale, sociale, giuridico ed economico dell’Islam per costituire un Emirato. Il modello conservativo, religioso, e in qualche modo più sicuro rispetto al riformismo progressista del PDPA a cui la popolazione non era pronta, trova la simpatia di più etnie legate da un credo comune: l’islam.
Il gruppo si sostituisce al governo, con l’appoggio del popolo, e nel 1996 nasce l’Emirato Islamico dell’Afghanistan: i taliban in breve tempo riescono a prendere il controllo del 90% delle aree del Paese.
Ospitano le basi terroristiche di al-Qāʿida, un movimento che alla scomparsa dei sovietici rivede i suoi obiettivi e sposta l’attenzione la sua attenzione da una lotta interna per l’autodeterminazione islamica a una lotta esterna. Ma questa è un’altra storia, altrettanto complessa, che porta il segno di una data che rappresenta una cesura storica, quella dell’11 Settembre 2001. L’attacco alle Torri Gemelle, a New York, e al Pentagono, a Washington, rappresentano la separazione tra un prima e un dopo, nel rapporto transatlantico e nella definizione tanto della politica interna quanto in quella estera statunitense. Rappresentano l’inizio di un’occupazione durata fino a ora e finita ora, che ha cambiato tutto per non cambiare nulla nell’arco di quasi 20 anni.

E siamo giunti alla fine. Non troverete una sintesi delle vicende che accompagnano questi giorni, che in fondo sono la storia di un epilogo annunciato forse un secolo e mezzo fa.

In questi giorni si parla di scelte, perché poi in fondo nella vita ognuno di noi è chiamato a prendere delle decisioni, che pesano, qualunque esse siano. E si parla anche di posizioni, delle posizioni che potrebbero diventare un gioco a somma zero. Mi stuzzica l’idea di sapere cosa sarebbe potuto succedere se la stagione del PDPA fosse stata protetta e non demolita. E se si fosse prestata l’attenzione necessaria a capire che il peggiore nemico è quello che ti crei. Se il pragmatismo avesse vinto sulle velleità, ma la storia non si fa né con i sé né con i ma.
Eppure, alla fine di questa fin troppo lunga riflessione, vince quell’istinto pacifista fuori tempo massimo, che crede che al netto di ciò che è stato, e di ciò che è, non è l’intervento a cui siamo abituati a pensare la scelta migliore. Perché il controllo non è nulla senza l’influenza, e l’influenza non la si acquista né la si impone.
Chissà cosa succederebbe se questa volta scegliessimo solo di evacuare le persone… Pensateci.

 

Per scrivere la prima e la seconda parte, sono state utilizzate le seguenti fonti:

Afghanistan, Treccani

Il mondo contemporaneo, Sabbatucci e Vidotto

La costruzione del Medio Oriente, Bernard Louis

 

Redazione GD

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La Redazione è lo spazio di approfondimento e confronto pubblico dei Giovani Democratici di Milano Metropolitana!

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