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di Simone Suzzani e Diego Canaletti

Prima venne la Cecenia e non dicemmo niente, perché non sapevamo dove fosse.

Prima venne la Georgia e la ignorammo, perché era sostanzialmente in Asia.

Poi venne la Crimea e scrollammo le spalle, perché fino a poco tempo prima era stata sovietica.

Poi venne il Donbas e ci dicemmo che non era niente, che stavano cristallizzando una situazione in atto da sei anni.

Poi venne Kiev. Ci allarmammo ma non era nella NATO.

Poi vennero i Paesi baltici ed entrammo in guerra.

Qual è il punto di caduta di questa situazione? Quando si fermerà Vladimir Putin e il suo folle revanscismo?

Difendere la democrazia ha un costo. Un costo economico. Per troppo tempo abbiamo fatto finta di nulla, ci siamo voltati dall’altra parte perché abbiamo fatto affari con un regime e le persone che lo sostengono. Ma la misura si colmerà mai? Quando la puzza e il rosso del sangue imbratterà a sufficienza le nostre banconote da renderle inutilizzabili? Quando ci sarà un colpo di reni per smettere di arricchire un Governo che nei fatti minaccia anche la nostra sicurezza?

 

Snake Island

Snake Island, dove la marina russa ha ucciso i 13 soldati ucraini che si erano rifiutati di arrendersi. “Andate a farvi fottere” avevano risposto alla richiesta di lasciare le armi.

Cosa viene prima? I nostri affari, la nostra economia o il concetto di libertà, il concetto che ogni popolo dev’essere libero di autodeterminarsi, libero di scegliere i propri leader, libero di scegliere quali valori sottoscrivere?

Una classica struttura militare colpita dall’esercito russo.

Il popolo ucraino nel 2014 l’ha fatta questa scelta. Prima ancora della NATO, i cittadini sono scesi in piazza per manifestare contro un allontanamento di Kiev dall’Unione Europea, rovesciando persino il loro governo. L’Ucraina è l’ultimo di una serie di Paesi che vuole abbracciare i nostri valori occidentali.

Quei valori così tanto dati per scontati, così tanto bistrattati, che tanto vengono calpestati proprio da noi che per generazioni siamo stati protetti – in tutti sensi – da una costruzione nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. E quei valori che oggi hanno portato il popolo ucraino a combattere e morire nel 2014.

Se tutti i Paesi che hanno fatto parte dell’altro lato della Cortina di Ferro si sono progressivamente uniti all’Occidente dovrebbe porre domande e sollevare interrogativi. Se non al Cremlino e al Presidente che lo occupa da vent’anni, almeno nella nostra società civile.

Questo è un momento spartiacque, non perché non ci sono state guerre in Europa dopo il 1945, un evidente falso storico. Ma perché stiamo assistendo ad un’aggressività che non ha avuto eguali negli ultimi 70 anni, tanto in Europa quanto nel resto del mondo. Abbiamo tutti gli strumenti per reagire e farlo nel modo più duro e doloroso possibile. Gli ucraini non possono aspettare oltre. L’Europa neanche e l’ordine internazionale neppure.

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