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di Arianna Curti

“Ci sono stati uomini che hanno scritto pagine, appunti di una vita dal valore inestimabile, insostituibili perché hanno denunciato il più corrotto dei sistemi troppo spesso ignorato…”

Con queste parole inizia, “Pensa” di Fabrizio Moro, canzone presentata al Festival di Sanremo nel 2007, che si concentra sul fenomeno mafioso. Due sono i punti chiave: la denuncia e l’ignoranza e in questo anniversario del 21 marzo, giornata Nazionale della Memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, è necessario sottolineare entrambi.

Del fenomeno mafioso, infatti, purtroppo, nonostante anni di studio, dibattiti, procedimenti spesso di natura anche mediatica, sappiamo fin troppo poco: depistaggi nelle indagini, omertà e silenzio, hanno rallentato e spesso interrotto, oltre ai procedimenti giudiziari, il processo conoscitivo e la formazione umana necessari per questa lotta. Per opporsi a qualcosa di dannoso, però, bisogna conoscere profondamente ciò di cui si parla, altrimenti si rischia di fare un terribile buco nell’acqua. E questo non ce lo si può permettere quando si ha davanti la criminalità organizzata pronta a tutto.

Il fenomeno mafioso, per anni derubricato a macchiettistica invenzione giornalistica, ignorato dalle sentenze dei Tribunali del nostro Paese, cancellato dai pronunciamenti di una Cassazione riluttante a rendere definitive le pochissime condanne comminate, non sufficientemente conosciuto e riconosciuto, non ha visto quindi immediatamente il passaggio necessario da una fase statica a una dinamica, dalla qualificazione del fenomeno alla denuncia e alla battaglia contro la sua dannosità sociale. La mafia però non è un fenomeno transitorio, non è superficiale, ma è endemico, fluttua, striscia e si insinua, mette radici. Va combattuto con costanza giorno dopo giorno. L’omertà è il più grande regalo che si possa fare alla mafia. Probabilmente è con la deflagrazione di Capaci che la giovane Repubblica italiana ha perso la propria spensieratezza, con il sacrificio di uomini e donne di Stato e non, che ci si è resi conto della necessità impellente di mobilitarsi, prendere parte attivamente, agire in prima linea. Lo scoppio della bomba ha fatto letteralmente esplodere l’urgenza nell’animo individuale, ha scosso, ha fatto tremare un sistema che sembrava, complice il buio perfetto e indissolubile sia per gli appartenenti, sia spesso per chi ne era vittima, sia per chi rimaneva a guardare come inerme spettatore.

La giornata del 21 marzo, non a caso è il primo giorno di primavera. Quello che ci chiede è infatti di essere un giorno di risveglio civile, di indignazione profonda collettiva. Questa però non basta, è necessario passare sempre più dalle parole ai fatti. Si è iniziato a celebrarla nel 1996, ed è stata ufficialmente istituita nel 2017: è dedicata oltre che all’impegno, alla memoria delle vittime “innocenti”, famose e non.  La necessità di questa giornata è infatti scaturita in particolare dalla mamma di uno dei ragazzi morti a Capaci, il cui nome non era così spesso ricordato. L’ immagine che abbiamo davanti agli occhi assume i connotati della vittima sacrificale, la vittima dell’ingiustizia sociale, della volontà di dominio e di potere, della logica della sopraffazione, dell’assenza dello Stato, dell’ignoranza, della paura, sacrificata per sovvertire queste logiche. E tutto questo e ogni singola vittima, non si possono né devono dimenticare.

Al funerale di Giovanni Falcone un Paese intero si è aggrappato alle capacità di Paolo Borsellino, reduce e sopravvissuto agli occhi dei più, che sapeva di essere la prossima vittima designata.

Sapeva di avere poco tempo l’erede della grande lotta alla mafia.

Un tempo che è stato di pochissimi giorni. Lo Stato in tutto questo dove era? Questa domanda martellante si insinua o almeno martellante dovrebbe insinuarsi, nelle coscienze di ciascun essere umano nato nel nostro Paese oggi come allora. La collusione ancora non completamente accertata a livello processuale, i “Non so, non ricordo, non potevo sapere” rendono la morte di queste persone ancora viva, come se stesse accadendo ora, sotto i nostri occhi.

Questa giornata ci chiede allora di creare coscienza civile attorno ad un’assenza grande, ad un silenzio che fece e fa ancor’oggi troppo rumore. A noi oggi è chiesto impegno, è chiesto di abbandonare l’omertà, è chiesta la denuncia, è chiesto quel coraggio che purtroppo spesso nemmeno le Istituzioni sono riuscite ad avere fino in fondo perché trincerate in un colpevole atto di assenza intellettuale, morale, sociale e civile. Ci è chiesto di osare come fecero i ragazzi e le ragazze di Palermo scendendo nelle strade. Quest’anno anche noi abbiamo deciso di esporre in questa giornata dei lenzuoli bianchi, creando a km di distanza, unione e ricordo, perché su ogni lenzuolo è infatti segnato il nome di una vittima innocente.

Falcone e Borsellino sono solo due delle numerosissime vittime di tutte le mafie. Le più note e celebri. Ma che ne è degli altri e delle altre? Ce li ricordiamo ancora? Che storia hanno e soprattutto perché? Piangerle non basta più. Oggi più che mai l’impegno è necessario per riuscire a scovare ogni pertugio in cui la mafia tenti di infiltrarsi. In un mondo interconnesso, molteplici sono i sistemi e gli obiettivi per le realtà mafiose, molto più facile per certi versi diviene esportare non solo nel Nostro Paese, ma nel mondo, questa logica che, invece, dovrebbe essere arginata, confinata, non sparsa a macchia d’olio. Quello che conta ricordare di ogni singola donna e di ogni singolo uomo caduti in questa battaglia di civiltà è che sono eroi civili, il monito per noi è che il loro sacrificio non sia stato vano, come invece rischia di esserlo, mano a mano che ci si allontana dal periodo stragista e l’opinione pubblica sembra avvertire la lotta alla mafia come meno urgente.

La mafia siciliana, ancora oggi, domina l’immaginario collettivo in materia di criminalità organizzata per il proprio carattere storico e cinematografico, le proprie connessioni internazionali e le verità taciute ancora da scoprire.

Ma l’Italia, purtroppo, è soverchiata da più organizzazioni che, diverse fra loro, ancor oggi impongono un controllo di determinati territori purtroppo spesso più capillare e penetrante di quello dello Stato. Obiettivo è tentare di garantire a chi ha bisogno di tutto, quel poco che faccia credere a ciascun individuo di dover essere abbastanza riconoscente, abbastanza grato, a quei “Signori”, ai “benefattori”, così da creare un legame indissolubile di vassallaggio intellettuale, economico, talvolta addirittura morale. Sì, perché la mafia ha i suoi tremendi codici d’onore, le sue non-regole che sono baluardo di appartenenza a quelle logiche, spesso unico orizzonte però di chi quello ha respirato fin da quando è nato.

Non è inevitabile però che vada così. Questa giornata dice a te che leggi e a me che scrivo che può andare diversamente se ognuno è disposto a fare la sua parte, soprattutto chi è in condizioni dove rischia meno, così da proteggere chi purtroppo è oggi vittima di sopruso.

Certo, non siamo più nella stagione delle bombe e degli omicidi eclatanti ma ancora oggi le organizzazioni criminali nostrane sono fra le più forti del mondo se non addirittura le più ricche e “temute” come dimostra il caso calabrese.

E di eventi efferati se ne compiono ancora: l’omicidio barbaro di Lea Garofalo ne è la testimonianza più drammatica, solo pochi anni fa. Mai abbassare la guardia.

Il 21 marzo e l’incentivo alla giustizia

La miglior maniera per onorare tutte le vittime delle mafie, oggi come ieri, è fare giustizia. La giustizia però non riguarda solo i Tribunali, troppo comodo sarebbe aspettare che le risposte vengano dall’alto, dagli altri, da chi è del mestiere. La mafia riguarda anche te che leggi, me che scrivo. La chiamata è singolare e collettiva al tempo stesso: lo Stato deve mettere le autorità inquirenti e le forze dell’ordine nelle condizioni di avere mezzi e risorse per indagare e accertare la verità dei fatti, il sistema economico deve creare meccanismi ferrei che impediscano l’ingresso nel mercato delle società di prestanome, di realtà colluse, le leggi devono essere più specifiche ed è quindi necessario che il Legislatore sia sempre più formato, nelle scuole va insegnato che cosa sia la mafia storicamente, ma soprattutto nel suo essere un fenomeno umano, fortemente umano, va combattuta la disinformazione mediatica, vanno sostenute quelle famiglie che in territori fragili culturalmente o storicamente alla diffusione del fenomeno, lottano tutti i giorni per garantire ai loro figli un futuro in prospettiva e non appiattito faccia a terra.

Gli strumenti giuridici della confisca e del sequestro dei beni illecitamente accumulati consentono di indebolire economicamente le cosche togliendo loro influenza e potere.

Deve però essere abbandonata la logica dell’infamia, altrimenti nemmeno gli strumenti economici saranno sufficienti per scalfire la potenza del fenomeno mafioso, oggi grandemente economico come le ecomafie che si occupano di smaltimento dei rifiuti, narcomafie e le mafie delle infrastrutture e degli appalti. Chi denuncia infatti, proprio perché probabilmente verrà additato come “infame” secondo l’arcaica logica, va protetto il più possibile, va spiegato a chi è nato e cresciuto secondo quel codice che non è la via che porta alla cima. Va dimostrato nei fatti che denunciare oltre che doveroso è la scelta giusta e che lo Stato è presente.

La lotta alla mafia è una delle più grandi battaglia di resistenza e libertà che questo paese conosca: la mafia è morte, mortificazione di un territorio, assenza di Stato, di libertà, di opportunità. La mafia ti chiede rinuncia, impedisce che un futuro di realizzazione umana si compia per una persona e che una società evolva secondo un percorso di civiltà. Non potrà mai esservi un’Italia libera e florida fin tanto che imperverseranno organizzazioni criminali in grado di ramificarsi in qualsiasi settore con modalità metastatica: proliferano con la forza economica in contesti anche inimmaginabili. Anzi spesso c’è proprio laddove uno non si immaginerebbe.

Non sia questa, quindi, una sterile ricorrenza commemorativa: sia invero una giornata di sprone per continuare la battaglia, sostenere chi la compie in prima linea, insegnare fin da piccoli il valore della libertà e della legalità come stile di vita in ogni contesto e non come mera allocuzione retorica.

È così che commemoreremo degnamente le vittime di una guerra di libertà e di giustizia: i nostri partigiani di futuro.

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