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di Ernesto Guido Gatti

Ma perché un giovane dovrebbe aver voglia di lavorare?

Entrare nel mondo del lavoro oggi significa subire uno sfruttamento di cui i Giovani Democratici di Milano parlano da anni, una realtà fatta di precariato e stipendi inadeguati. Ma soprattutto significa entrare in un sistema che non da prospettive né a breve, né a medio, né a lungo termine. Tanto sono disgustose le prime retribuzioni, tanto è remota la possibilità di diventare indipendenti quanto è inafferrabile la pensione, la fine del percorso lavorativo.

E allora voglio mettere sul piatto una domanda: perché un giovane dovrebbe iniziare a lavorare? Se non ci sono prospettive valide perché sacrificare le proprie energie e il proprio tempo – soprattutto il proprio tempo – per sostenere un sistema che per i giovani non funziona? Perché sacrificare gli anni della gioventù senza costruirsi realmente un futuro?

In questo momento non vige nessun patto generazionale nel nostro Paese. Abbiamo una generazione che ha fallito sotto molteplici punti di vista, che non è stata in grado di creare una crescita negli ultimi 30 anni e che si appresta a uscire dal mondo del lavoro consegnando un Paese peggiore di quello che ha trovato. Dall’altra parte ci sono le giovani generazioni, coloro che sono chiamati a pagare le spese delle scelte sbagliate e le pensioni di chi non è stato in grado di garantire nemmeno un futuro per i propri figli. I giovani lavorano per aziende che si tengono in piedi grazie allo sfruttamento legalizzato, pagano i contributi a uno Stato che non ha mai speso per loro, il tutto sacrificando 50 anni per cercare di tenere in piedi una piramide sbilanciata che crollerà comunque.

Stiamo andando verso un Paese dove nessun figlio avrà voglia di pagare la pensione dei genitori, e questo non ci può né deve sorprendere.

Tra i diritti acquisiti, di chi è già in pensione, e la stucchevole lotta fra quote a essere schiacciate sono le nuove generazioni. Meno numerose, meno retribuite e meno rappresentate ma che pagheranno di più in futuro. Ad entrare in scena in questo teatrino del ridicolo manca ancora un protagonista: il sindacato. Giganti che hanno spostato i loro interessi e la loro sfera di azione seguendo l’età dei loro iscritti e che per questo sono sempre più simili ad associazioni di pensionati che a organizzazioni di tutela dei lavoratori. Assenti nei luoghi di lavoro tipicamente occupati dai giovani e silenti sui nuovi problemi del precariato e del lavoro giovanile sono destinati a essere sempre meno incisivi, una assenza di cui tutti sentiranno la mancanza.

È mia precisa opinione che sia necessario accogliere la prospettiva di un giovane che si domanda perché dovrebbe iniziare a lavorare: è l’unico modo per rivoluzionare il sistema Paese. Una rivoluziona necessaria per dare un motivo alla generazione che potrebbero decidere di andarsene, di abbandonare uno Stato che sembra averli già abbandonati. Perché il patto generazionale è già saltato, e il prezzo di giovani senza futuro potrebbe essere il presente degli adulti.

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